L’estate alla fine del secolo (Fabio Geda)

Può succedere davvero. Non semNZOpre per colpa o per errore, a volte solo per una disgraziata serie di maldestre coincidenze. Di fatto succede. Anche più spesso del previsto. Succede che alle soglie dell’adolescenza, tutto d’un tratto quegli adulti da cui stai prendendo fisiologicamente le distanze di colpo vengano distratti da altro e, agli occhi un po’ svagati e alla mente un po’ sovracaricata dei ragazzi, da quel momento l’adulto scompaia dai monitor.

Mayday“!

L’Assenza. Essenzialmente si parla di questo nel racconto di Geda. Il momento in cui nel tentativo di estrema protezione giocata dai genitori l’unica soluzione che trovano è creare distanza, mettere tra loro e i figli uno spazio vuoto, un terreno non esplorabile, una distanza che i genitori percepiscono come “di sicurezza”, ma cos’è?

E’ vuoto da riempire.

E difficilmente quel Vuoto le ragazze e i ragazzi lo lasciano così. C’è sempre, in qualunque modo, un tentativo da parte loro di colmare quel vuoto.  Può accadere in tanti modi, e non sempre edificanti.

Dunque si parla di questo. Certo il tutto fa parte della vita e arriva il momento in cui i ragazzi devono sapere andare. Certo; ma “è una questione di tempi e modi”. Spesso la confusione sta nel fatto che entriamo troppo nelle loro sfere quando non serve e non ci siamo quando serve. Capirne il confine è il lavorio di quasi undici anni e poco più (o forse tanto meno ormai) che impegna i genitori dal momento in cui il figlio viene alla luce.

L’estate alla fine del secolo è la storia di questa assenza; una storia che però vuole mostrare come questo possibile vuoto disorientante in realtà sia un’opportunità. L’assenza di un adulto non deve essere a tutti i costi una perdita di un progetto.

L’idea è quella che ha in mente chi si occupa di ragazzi e ragazze. Questa assenza, questo vuoto può essere colmato da due aspetti: la creatività e la possibilità, finalmente, di osservare da un punto di vista diverso; ma non così per dire, per davvero. Trovarsi in un contesto nuovo e partire da lì, indipendentemente da tutte le criticità che quella nuova posizione apparentemente crei. Costruire da qualcosa di nuovo.

Fabio Geda è stato educatore. E si sente. Nel modo più bello. Quello di persone che si affiancano alla vita di altri senza la pretesa di cambiare o salvare, ma solo di accompagnare. Mostrando, quando è necessario, che ci sono sempre più possibilità di scelta.

Ma la storia è molto altro. Parla anche di fumetti, di guerra e dopo guerra, di leggi razziali, di solitudini, di difficili rapporti familiari, di amicizie riconosciute e non riconosciute, di persone che nonostante tutto si sono perse già da tempo e la loro morte è solo un appuntamento già segnato sul calendario.

Immagino ci siano diversi modi di affrontare questa storia. Se sei nato a metà degli anni ’70 del secolo scorso alcune cose ti vibrano dentro e le riconosci; così a volte sorridi – a volte in modo divertito a volte un sorriso amaro – e annuisci silenzioso voltando pagina.  Se sei un genitore che ha figli più o meno dell’età di Zeno credo che ogni tanto chiudi il libro lasciando il dito dentro per non perdere il segno e stai a pensarci su. Se hai fatto l’educatore la senti la forza di questo ragazzo e vai avanti a leggere per arrivare al momento in cui lo potrai lasciare andare.

Se sei un ragazzo dell’età di Zeno alcune cose non le hai ancora “sentite” e le sentiresti qui. E potrebbe essere un po’ incomprensibile al momento ma poi, dato che la storia è bella,  la ragazza, Luna, sembra interessante e Isacco, l’amico, scemo quanto basta, qualcosa te la porterai con te, fino al momento giusto; poi quando arriverà qualcosa di questa storia potrebbe anche servirti. Senza troppe cerimonie, ma questo Zeno, due dritte, per tempo te le può dare.

Al netto di tutto, rileggendo i passi che ho sottolineato tra le pagine del libro, ripensando un po’ a quel lavoro particolare che è fare l’educatore e ripensando un po’ alla mia di adolescenza, credo che il tema vero, il messaggio che ne esce, l’ancora lanciata da Geda sia sempre quel termine ormai entrato nel linguaggio comune del mondo che è la capacità di Resilienza.

Fabio Geda ha rilasciato una bellissima intervista per la Rivista Liber (pp. 64 – 68; nr. 114 ); è così che l’ho conosciuto. Ne ha scritti altri di racconti e li affronterò quando sarà il momento giusto. Il suo lavoro è stato anche premiato al Premio Ceppo Ragazzi 2017 .

 

 

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L’isola dei Bambini Rapiti – Frida Nilsson

Spoiler: Seppure non si entri nel merito del racconto, alcuni passaggi del post potrebbero anticipare aspetti della trama, senza però svelare nulla ai fini dell'evolversi della storia.

picture-for-lisola-dei-bambini-rapiti-frida-nilssonRomanzo adatto dagli 11 anni; Se letto con o da un adulto è un racconto adatto anche dai 7 – 8 anni.

Un’avventura ambientata tra isole incantate dalla neve e dai ghiacciai; abitate da marinai privati delle proprie navi, prese nella morsa di mari ghiacciati che nei mesi invernali non lasciano scampo. Marinai del nord segnati dalla salsedine, dal vento e dalle temperature gelide che disegnano nei volti solchi che scolpiscono sguardi arcigni e imperscrutabili e rendono gli animi incapaci di prendersi cura o preoccuparsi di una ragazzina, Siri, che ha deciso di partire da sola alla ricerca della sua piccola sorella Miki, rapita dal più crudele dei pirati, Testabianca, che dei bottini tiene per sé solo i bambini da impiegare nelle miniere di diamante… o qualcosa del genere.

E’ la cosa peggiore…” sussurrava. “Sì” sussurravo io in risposta. “Essere rapiti dai pirati e finire nel labirinto di quella miniera è la cosa peggiore che possa capitare a un bambino“.

Per i più coraggiosi, che cercano scariche di adrenalina, si incontrano anche lupi dagli occhi freddi e famelici e creature marine al limite del possibile.

A guardare bene riconosciamo in questo racconto le caratteristiche tipiche delle fiabe della tradizione popolare (le  funzioni che le caratterizzano). Si inizia con un rapimento, l’eroina parte alla sua ricerca abbandonando la casa e il padre, il viaggio è costellato da messe alla prova, vere e proprie lotte e vittorie, mezzi magici, aiutanti e l’immancabile lieto fine.

Quello che troviamo in questa moderna fiaba ambientata tra fantasmatiche isole frutto della immaginazione della scrittrice (Isola del Confine, Isola Grassona, Isola delle Balene, Isola Pallida, Isola dei Lupi, Isola dell’Onda del Nord, etc.) e vascelli dal sapore nordico sono tanti aspetti che faranno bene ai giovani lettori e potrebbero essere un buono spunto per noi, per una chiacchierata con loro, su ciò che accade a Siri cercando così di cogliere cosa accade ai nostri ragazzi tutti i giorni a scuola, nei cortili o nei parchi.

Il coraggio. L’assenza degli adulti. La forza della natura che non va mai sottovalutata. L’alchimia dell’amicizia e le sue antitetiche sfaccettature. Il rispetto per gli animali. Il senso di colpa. L’idea che non è mai troppo tardi. C’è tutto questo. Ma anche il tema dello sfruttamento dei bambini. La responsabilità. E … non ultimo, che esistono delle conseguenze alle nostre azioni.

Personalmente però, di tutto ciò che accade, quello che ho sentito come l’aspetto più importante che fortifica i personaggi della storia, che li fa crescere, è la capacità – che Siri inizialmente subisce e successivamente impara a gestire – di “lasciare andare”. Al momento giusto. Se la storia ci insegna qualcosa secondo me è questo, saper vivere il più intensamente un rapporto e quando arriva il momento, quando non c’è altra possibilità bisogna saper accettare e accompagnare chi si deve allontanare da noi, per qualsiasi motivo si tratti. E’ come se chi narra la storia ci dica costantemente: la cosa che bisogna considerare non è tanto il fatto che quella persona non la vedrai più, ma la cosa più importante è che c’è stata. Per tanto o poco. Ma c’è stata. E quello che è stato serve per andare avanti, continuare, crescere.

La storia è semplice, anche se ben svolta. Non ci sono parti particolarmente descrittive o che ne spezzano il ritmo. Lo svolgimento si articola in funzione dei personaggi che Siri incontra. C’è anche un piccolo colpo di scena che serve per indirizzare l’esito dell’avventura. Anche se lo si intuisce un po’ prima è comunque ciò che ci si aspetta che accada. Ma questo, appunto come nelle fiabe della tradizione, non guasta… anzi forse rende tutto più interessante. La protagonista, Siri, è una eroina dei giorni d’oggi. Una ragazzina vera, fatta di emozioni vere, sensi di colpa, desideri, sogni, follia, rabbia, amore. E’ principalmente una bomba ad orologeria di emozioni. Emozioni vere che vanno oltre l’identità di genere e per questo la storia piacerà anche ai ragazzi. Anzi sarebbe proprio interessante ascoltare il punto di vista anche dei ragazzi, in quell’età in cui, senza pregiudizi, la differenza tra ragazzi e ragazze è un aspetto notevole.

Una curiosità la copertina dell’edizione italiana di Feltrinelli Kids è di Paolo D’Altan che ha realizzato le illustrazioni anche del Racconto: SALIS (soggetto e testo di Daniela Morelli) – Un’avventura distopica e crossmediale, una serie di racconti illustrati e animati (se vi interessa è anche in formato app book)… ne parleremo…

ERA L’INVERNO DEL 1921

scuola-del-1920(Lorenzo Sacchi)

Ho vissuto luoghi in cui la solitudine può uccidere. Spazi in cui se l’hai conosciuta veramente allora ci sarà una buona probabilità che non ti salverai.

*

Quando il maestro, Sig. Arioli, raccontò quella storia di fantasmi io né sorrisi nè inorridii. Era semplicemente una storia e non mi permettevo di far trapelare ciò che stavo provando in quel momento. Mentre la classe era in subbuglio tra lacrime silenziose e gesti di panico, io rimanevo composto al mio banco in attesa che finisse tutta quella pantomima.

L’insegnante faticava a riportare l’ordine in classe nonostante la sua austera severità; quel racconto aveva liberato ogni tipo di inibizione in quei ragazzi e soprattutto nelle ragazze.

Era l’inverno del 1921 e io dovevo avere 12 anni. In quei tempi nelle aule scolastiche non si era soliti assistere a momenti di scompostezza di quel genere. E non era scontato che saremmo usciti indenni dalla durezza dell’insegnante e dalla collera dei genitori. Insomma l’avremmo pagata cara.

A dirla tutta per intero in quello scompiglio c’erano le sorelle Forlani che piagnucolavano in silenzio, scomponendosi  solo per tirar di naso. I più piccoli della classe si erano stretti tra i tavoli all’angolo guardandosi attorno impauriti e sconcertati. Guerzoni e Galasso, in piedi sulle sedie, nel tentativo estremo di una difesa dell’indifendibile, urlavano strazianti verso l’insegnante. C’era poi Ludovico, lo scemo, che eccitato da tutta quella confusione ululava e batteva le mani sul banco accanto alla cattedra. Schiacciate a terra in un angolo il gruppo delle “Signorine galline” che strette tra di loro piangevano, strillavano e si strattonavano; intanto qualcuno piangeva per i fatti propri, qualcuno era preso da conati di vomito, altri tremavano e ripetevano come un mantra “che no, che non era possibile, che loro non c’entravano nulla, che …”

Il maestro piazzato in mezzo all’aula, accerchiato da questa bolgia di follia urlava per soverchiare tutto quel caos e batteva il bastone sui banchi nel futile tentativo di convincere quegli indemoniati.

E in tutto questo, composto al mio banco, restavo in silenzio, da solo.

A far scoppiare questa ondata di isteria fu il racconto di una storia che tutti conoscevano già molto bene. Si trattava di una storia mandata a memoria da anni e che ormai aveva ottenuto l’onore di passare per leggenda.

*

Si trattava di una disgrazia avvenuta quasi cinque anni prima in un pomeriggio di inverno in quel borgo di montagna, dove i cognomi li conoscevi tutti. La storia ha inizio quando i bambini del paese, che frequentavano tutti la stessa classe mista, si accorsero che Luigi Mariano, 7 anni, era un po’ diverso da loro. Luigi non parlava molto, non giocava con nessuno, non guardava sotto le gonne delle ragazzine. Viveva con i genitori alla casa del Cardo.  Il padre, “Mariano del pascolo” aveva lasciato la pastorizia da qualche anno per via del cuore difettoso, lasciando che se ne occupassero il fratello e il figlio maggiore. Per campare iniziò ad aggiustare tutto quello che si rompeva, ma il nome non glielo cambiarono mai. Piccoli lavoretti nelle case di tutti. Chi aveva bisogno andava dal Mariano del pascolo e pagava come poteva e se poteva. Solite storie. Spesso Luigi seguiva il padre. Lo aiutava. Ma era come un’ombra silenziosa che assisteva l’uomo. La gente si era abituata a quella particolare presenza. Padre e figlio, taciturni che lavoravano ad aggiustare le cose.

La madre aspettava un altro figlio all’epoca dei fatti. Si dice fosse il decimo, ma si sa come sono fatte le storie che diventano leggende. Di certo Luigi aveva un fratello maggiore che non lo considerava molto, se non per prenderlo a pedate quando doveva sfogarsi di qualche bruttura della vita. C’era poi una sorella più piccola, ma che faceva vita propria nel mondo delle donne; la madre, la nonna e la zia Serafina mai maritata, la Serafina degli ultimi.

Di altri figli o fratelli non è dato sapere ma non cambierebbe l’esito della storia.

Luigi dunque già all’età di 7 anni riduceva la sua vita alla scuola la mattina, il lavoro con il padre il pomeriggio, la messa alla domenica. La sera silenzio o botte.

Lui, comunque, non se l’era mai posto il problema del perché rifuggisse le persone a quel modo. A quell’età non te le fai certe domande. Va bene così perché sembra che non possa essere diversamente. Semplicemente lui con le persone non ci sapeva fare. Punto. Tanto meno con i ragazzi del paese. Ma non c’erano tanti perché o per come. E, a dirla tutta, non ebbe nemmeno il tempo di porsi quelle domande.

Ma gli altri ragazzi ad un certo punto se lo sono chiesti il motivo. E, per un mistero che davvero è difficile da dirsi, qualcosa in quella sua solitudine, in quel suo silenzio, li disturbava. D’un tratto, senza nemmeno comprendere ciò che stava accadendo, si sono accorti di Luigi e si sono sentiti importunati.

Credo sia inutile descrivere  gli sguardi furtivi a lui indirizzati, le mezze frasi sussurrate alle orecchie al suo passaggio, gli sguardi divertiti, le battute in dialetto che a lui ancora non volevano dire nulla ma sembravano dire tutto agli altri. Poi qualcuno iniziò anche un approccio diverso, diretto. Lo scherno diventava sempre più evidente. Le minacce velate ma buie. Le risatine delle ragazze, taglienti.

Qualcuno glielo chiese un giorno. Spinto al muro dalla sola presenza e prestanza di tre ragazzi più grandi, quel qualcuno gli sputò addosso quella domanda che parve sdoganare ogni tipo di prepotenza che avrebbe portato a disastrose conseguenze. “Oh, te… mo che non parli? Che? Oh. Te vergogni di quanto sei brutto e stupido? Deh. Di un po’, te sei scemo, vero?”

Luigi corse via. Pianse. Si odiò. Giustificò e credette a tutto. Infondo era vero. Lui ci sapeva fare con le cose, ma non con le persone.

Ora non so se per voi è chiara questa faccenda. Se vi sia mai capitato. Perché se non vi è capitato allora non è facile da spiegare. Non perché siete scemi ma perché davvero non riuscite a rappresentarvela ‘sta cosa. Quello che ti blocca quando qualcuno ti parla, quando stai tra la gente e attorno a te cala il buio. Quello che succede non è che ti rammollisci e diventi inerte e stupido. Quello che succede è che tu rimani lucido e consapevole ma il cervello va in blocco. Non si sa se si tratti di una malattia o cosa sia. E che proprio non ti viene in mente nulla da dire. Da fare. Niente. Non viene alla mente. Una frase di circostanza, una parola, una risposta. Nulla. È tutto bloccato. Eppure tu i tuoi pensieri li hai. Non è che passi la vita a guardare le pareti bianche e a ripetere sono scemo sono scemo sono scemo. No. Tutt’altro. Il catalogo dei pensieri ce l’hai. Eppure nel momento in cui condividi uno spazio con qualcun altro e, anche solo per cortesia, serve uno scambio generico fatto sì e no di due parole, Trum! il blocco. Si trattasse semplicemente del tempo. Trum! Niente.

D’altra parte gli altri non è che siano tutti stronzi. È che dopo un po’, al di là di tutte le buone motivazioni che puoi avere, al di là del fatto che se si blocca si blocca, beh, dopo un po’ sembri proprio scemo.

E se gli adulti, soprattutto chi non deve avere a che fare con te, sono capaci anche di gesti di comprensione, beh i ragazzi no. E così alla fine hanno le loro buone ragioni a dedurre che tu sei sbagliato e la devi pagare.

*

Fu strano come tutto precipitò dopo quella volta in cui in tre l’avevano messo al muro. Una frase da nulla che aveva autorizzato tutti a fare un po’ quello che volevano con Luigi. Vessato tutte le mattine prima di entrare a scuola dai compagni e rimproverato dall’impaziente insegnante, un po’ seccato per questo atteggiamento un da vittima provocatrice. Ad un certo punto iniziò a trovare qualsiasi cosa nella logora cartella. Iniziarono con i sassi, passarono a bestioline e poi un topo morto. Fino a che la cartella sparì del tutto. Una volta gli fecero sparire anche il banco con annesso sgabello. Buttato fuori dalla scuola, dietro alla legnaia. Ovviamente era tutta roba difficile da giustificare agli occhi del padre e del fratello maggiore. Essenzialmente perché un figlio o un fratello stupido è una vergogna indelebile. Quante ne prese quando tornò a casa scalzo, senza le scarpe. Inutile raccontare come gliele portarono via. La madre neppure si accorse del sangue dal naso entrando in casa. E quando tornò il padre a quel punto non si capiva più se ne aveva prese di più nel tentativo di rubargliele da dosso o fosse stata la madre nel tentativo di rinsavire il figlio stupido. Infondo quel paio di scarpe erano state già promesse al figlio del panettiere per l’anno successivo, in cambio di mezzo miccone al mese per un intero anno.

Le botte non si contavano più. E più il padre era preoccupato per quell’atteggiamento del figlio più erano botte.

*

L’inchiostro versato nelle tasche del cappotto fu l’apice di quella tragedia. Luigi usci da scuola in lacrime. La prima volta che lasciava trapelare un emozione davanti agli altri. Si sarebbe potuto dire terapeutico tutto ciò. Era la ricreazione e la mattina era fredda per la nevicata della notte. Si usciva per 10 minuti in attesa in attesa della seconda parte della mattinata.

Luigi uscì per ultimo dalla porta di legno scuro della scuola; una scatola di cemento che conteneva un’unica classe. Il bagno era all’esterno in una casupola non lontana vicino alla legnaia. Nessuno andava a fare i propri bisogni là dentro, abituati a farli tra la natura o il più vicino possibile alla bicicletta del Sig. Arioli.

Luigi uscì lentamente con indosso il cappotto di un paio di misure più grandi. Probabilmente indossato da suo padre, poi dal fratello e da chissà quanti altri uomini della famiglia. Grande almeno un paio di misure che garantivano una copertura almeno per quattro o cinque anni ancora, prima di passare a qualche altro parente. Uscì lento, in lacrime, mani nelle tasche. Tutti erano nella neve fermi ad aspettarlo.

All’altezza delle tasche due vistose macchie nere. L’inchiostro che continuava ad espandersi.

Luigi si fermò davanti a tutti. Estrasse le mani dalle tasche. Completamente sporche di inchiostro. Le alzò a mostrarle a tutti, guardandole attonito lui stesso. Le risate scoppiarono tutto attorno. Il Sig. Arioli, seduto ancora alla cattedra a correggere dei compiti, intuì che qualcosa non andava e girandosi verso la porta urlò: “Diamine, volete farmi assiderare. Mariano. Chiuda la porta!”

Luigi si guardava le mani nere singhiozzando. Incapace, ancora una volta, di dire una singola parola. Soffocava tra la saliva e le lacrime in uno sguardo disperato e deformato nel tentativo, inutile, di urlare qualcosa che potesse avvicinarsi alla rabbia, all’odio, alla disperazione.

La classe urlava invece. Ululava. Qualcuno si sprecava in battute. Le ragazze ridevano e additavano. “uh poverino il capottino si è macchiato un po’”.

Luigi non guardava nulla. Forse non sentiva nulla. Straziato e straziante, con quelle mani nere di petrolio che probabilmente non sarebbero venute pulite prima di un mese. Un pensiero fisso alle botte del padre che avrebbe ricevuto. Umiliato nella consapevolezza dello strazio in cui si era ridotto, per sempre.

*

Immagino si possa credere a quel ragazzo che ha giurato più volte, spergiurato, che lui non poteva immaginare che l’avrebbe fatto davvero quando ha detto quella cazzata. Non c’è dubbio che in quel momento tutto sembrava solo atrocemente divertente. C’è da credergli quando dice che l’ha detto perché era solo una minchiata, una delle tante. E che forse in mezzo a tutte quelle urla Luigi non l’aveva nemmeno sentita quella cazzata. Forse gli è venuto in mente a lui. Di fatto quella frase: “ti conviene andarti a lavare al lago, scemo!” qualcuno l’ha detta e non escluderei che Luigi l’abbia sentita. Poi vai a capire cosa passa nella mente di una persona, di un ragazzo per giunta, in cui ogni cosa è assoluta.

Fu il maestro Sig. Arioli, dopo quasi un’ora, a rendersi conto che la solita presenza silenziosa proveniente dall’angolo dove sedeva Luigi non era così solita. Luigi non c’era. Tra alcune risatine soffocate qualche audace spiegò al maestro che probabilmente era andato a casa per tentare di pulire il cappotto perché si era versato addosso l’inchiostro. Risatine. Se lo ricorderà per sempre il Sig. Arioli che d’istinto guardò la boccetta di inchiostro sul banco di Mariano. Evidentemente piena. La guardò per un po’. Poi proseguì la sua lezione.

*

Luigi venne ritrovato assiderato alle tre del pomeriggio. Morto nel laghetto non molto lontano da casa. La temperatura si era alzata qualche grado in quei giorni e il laghetto non era più ghiacciato ma tanto bastava per morirci dentro.

*

Dunque questa è la storia, o leggenda, che ha fatto andare fuori di testa la classe. Ha generato questo isterismo collettivo che stenta a ritrovare il senno. Io resto composto e aspetto. Questa storia non mi fa più effetto. La so già. Li guardo e non mi capacito di come ragazzi che apparentemente dimostrano coraggio e spavalderia possano andare in giuggiole davanti a storie di fantasmi come questa. Mi verrebbe anche da sorridere ma non mi va di lasciare trapelare nulla dei miei pensieri. Non mi va di mescolarmi tra di loro nel bene e nel male. Resto lì a guardarli mentre si straziano per quel racconto. Ogni tanto guardo fuori dalla finestra la distesa di neve nel prato e poi mi guardo le mani, che ormai sono uso strofinare piano piano nel eterno fastidioso tentativo di ripulirmi da tutto questo nero che non verrà mai via.

Non sto a dirvi oggi perché l’abbia fatto. Certo la vergogna. Certo le botte di mio padre, la delusione e i pianti di mia madre. Certo il terrore che sarebbe sempre andata peggio. Certo l’idea che in fondo quello sbagliato ero io. Di fatto credo di ricordarmi lucidamente che io in quel momento davvero ci credevo che entrando nel lago sarei riuscito a ripulire il cappotto. Ne ero convinto. Avevo bisogno dell’acqua. Avevo bisogno di pulirmi. Avevo bisogno di cancellare tutto.

Non ricordo nulla. Non ricordo come ci arrivai. Non ricordo come ci entrai. Nulla. Ricordo tutto del prima, però. Ma di quel momento non mi è dato ricordare niente. So solo che sembrava l’unico modo per uscirne. Certo, una bella stronzata. Ma in quel momento il cervello è andato in tilt. Chissà se lo sanno quelli che ti prendono per il culo che l’unica via di salvezza a volte è morire. Sembra cretino ma alla fine la mia solitudine non mi ha salvato.

In realtà conservo ancora una immagine nitida; indelebile. Le mani nere di inchiostro che sfioravano la superficie dell’acqua gelida, solo a sfiorarla. E poi ho ben presente anche l’unico pensiero che mi concessi prima di sparire per sempre. Un pensiero. Preciso. Semplice. Terribile: “vi perseguiterò tutte le notti e vi ucciderò tutti!”

*

Intanto qui attorno nulla si placa. L’isteria sembra aumentare. Le grida dei ragazzi si fanno ancora più alte. Terrorizzati. Sembrano tutti in panico. E il maestro furioso che si sbraita in mezzo all’aula. Questa storia li ha mandati fuori di matto tutti. È perché probabilmente se ne erano dimenticati. Forse in tutto questo tempo hanno saputo rimuoverla. Tutto ciò che è successo prima e dopo. Forse fino a quel momento nessuno se n’era veramente reso conto. Il maestro picchia il bastone sempre più forte. Li vuole tutti fuori. Ma loro non se ne vogliono andare. Terrificanti si oppongono al volere del maestro che urla ormai isterico: “Dovete andarvene! Uscite tutti subito!”. Io attendo. Dalla mia solitudine ho imparato ad aspettare. Qualcuno esausto inizia a tremare, altri si azzittiscono accasciandosi a terra, qualcuno inizia a scuotere la testa ripetendo tra lacrime e muco “non è vero, non è possibile, non è vero”. Anche i più facinorosi urlano sempre meno e piano i toni, non meno disperati, si fanno più sedati. Anche il Sig. Arioli pare percepisca che la classe sta riprendendo la calma e si lascia cadere seduto su una seggiola dietro a lui. Si sorregge con il bastone, si sentono pianti, si sentono singhiozzi, si sente una litania che ripete che non è possibile, che non è vero, che non è così. E poi la voce, esausta del maestro che dice: “Vi prego ragazzi, basta, è tutto inutile dobbiamo andarcene, siamo tutti morti”.

Bornasco, 27 Dicembre 2016

AVEVAMO SOLO UNDICI ANNI – Lorenzo Sacchi (ESTRATTI)

Questo racconto è maturato da studi sulla Paura in relazione al percorso di crescita. Quanto pesa la paura per un ragazzo? Come si intreccia la paura con la ricca e co51CzL0RzvbL._SX312_BO1,204,203,200_mplessa sfida dell’adolescenza? Come funziona la paura – emozione che dovrebbe mettere in guardia – quando ci sono in gioco la sfida, la formazione della propria personalità, il confronto con l’altro, la fretta di crescere, la necessità di essere accettato dagli altri?

ALCUNI ESTRATTI:

1.

Fu il silenzio a spaventarci. Nient’altro che l’improvviso silenzio di quella casa.

 “Io esco”

“Ma dove vai? Smettila”

 Sarebbe bastato un cenno dal mondo dei vivi, un richiamo dalla realtà che ci permettesse di ritrovare un po’ di lucidità per scappare. Invece restammo così, sospesi tra il silenzio e l’inquietudine, perché la pazzia scegliesse noi come vittime sacrificali.

2.

Quel pomeriggio, quando vennero a chiamarmi, non risposi subito. Forse se avessi lasciato passare qualche minuto se ne sarebbero andati e l’indomani avrei potuto dire, con disappunto, che mia madre mi aveva costretto a seguirla da qualche improbabile parente.

Già vestito e pronto rimasi immobile sul letto sedotto dal fascino della mia antica solitudine che nei primi undici anni di vita mi aveva viziato e corrotto fino all’incontro con Luca e Vittorio che diede un giro completo al mio destino. Due amici con cui smettere di stare per i fatti miei. Certo detta così potrebbe avere il sapore di una rinascita, ma non è andata proprio così; non avrebbe potuto. Abbandonare la propria solitudine equivale a rinunciare all’unica potente immagine che si è creata di se stessi. Non viaggiare più da soli è come iniziare ad essere un po’ qualcun altro. Così, ogni tanto riaffiorava quella voglia di starmene isolato; capitavano giornate in cui mi sembrava di aver bisogno di riprendere fiato, buttare l’occhio dentro l’antica solitudine per rincuorarmi del fatto che ne fossi uscito, o forse solo per assicurarmi che fosse valsa veramente tutta quella fatica e spesso tornavo a disperdermi tra infiniti Io, reinventandomi in storie che avevano il gusto della vita vera; così, semplicemente sdraiato, a valere per sempre. Pertanto, quel tentativo di negarmi agli amici non aveva nulla a che vedere con quel folle gioco che ci stava attendendo. Proprio no. Anche perché mentre suonavano il campanello tutta quella follia che si sarebbe scatenata era ancora niente più che uno scherzo iniziato per ridere, perché d’estate in quel borgo per far passare il tempo dovevi inventarti qualcosa.

A volte, però, capitava di combinare qualche cagata.

[…]

In cuor mio ero convinto che sarebbe stato sufficiente arrivare al cancello di quella casa. Saremmo arrivati là davanti, ci saremmo fatti un po’ paura con qualche minchiata e tutto sarebbe finito. Ero sicuro di questo. E forse tra mille pensieri, mentre spingevamo tutto il corpo su quei pedali, c’era la comune convinzione che sarebbe andata proprio così. Tutto si sarebbe esaurito lanciando sassi nel giardino e poi via inebriati ed euforici per aver sfidato quella casa che intimorita dal nostro coraggio si sarebbe arroccata dietro la sua coltre di mistero e avrebbe dimenticato presto l’audacia di tre ragazzini fino a quel momento invisibili […]

[…] Avete mai cercato l’interruttore allungando una mano al buio? Magari in un luogo che non conoscete o semplicemente nella vostra casa rientrando in piena notte dopo averla lasciata per qualche ora invulnerabile alle presenze o anche a malintenzionati che potrebbero essere entrati. Allungate la mano e laddove siete sicuri di trovare l’interruttore non lo trovate subito. Siete soli, il buio preme contro di voi e vi disorienta; attorno a voi potrebbe esserci qualsiasi cosa e non lo sapete. L’avete provata quella tensione che fa contrarre l’anima nella precisa consapevolezza che una mano gelida e ruvida vi afferrerà? Non vedi nulla, nemmeno la tua mano; non trovi l’interruttore, sai che è lì ma non ci arrivi mai, trattieni il fiato e allunghi la mano in avanti mentre il corpo o la tua anima, strozzandoti il respiro, vorrebbe spingerti via per la netta sensazione che al posto dell’interruttore stai per sfiorare una presenza silenziosa che è lì, ti attende e a differenza tua ti vede. Certo è la tua mente a fare tutto. Disegna, netta, la percezione della tua mano che si avvicina all’invisibile che inevitabilmente ti afferrerà […]

La porta era chiusa a chiave. Penserete che sia una cosa banale; ovvia. Non lo era in quel momento. No. Ci guardammo senza dire nulla. Non poteva essere. Mai un secondo. Mai un attimo ci passò per la mente la possibilità che quella casa potesse presentarsi chiusa. Mai in tutte quelle ore che passammo a lanciarci la sfida, che pensammo di farlo davvero, che ridemmo dei mostri che avremmo incontrato, che ci improvvisammo eroici acchiappa fantasmi, mai mai mai immaginammo di trovare la porta chiusa. Tutte le case dell’orrore che si rispettino sono sempre accoglienti, attendono per anni le loro vittime con l’invito di una porta aperta. Ma quella era chiusa. Forse perché la vita a volte cerca di avvertire, forse perché il destino a volte cerca di dirtele le cose; o forse perché le case dell’orrore autentiche non gradiscono di essere profanate, non vogliono gli intrusi, vogliono restare inviolate. Forse perché terrorizzate dal loro stesso orrore cercano di tenere lontane le vittime, consapevoli che una volta dentro non sapranno fermarsi.

L’orrore è come una solitudine buia. Non è che un ammasso di rancore. É come un vegliardo malvagio che ha scelto di isolarsi dal mondo perché detesta la vita, disprezza gli uomini. È come un uomo cattivo abbandonato da tutti che si ritira dalla realtà nel buio del proprio silenzio e vuole essere lasciato in pace. L’orrore è qualcosa che si nasconde nelle tenebre e non si mostra. É infrattato nelle pieghe più buie e sciagurate della vita e tesse la sua tela fatta di rancore, di parole d’odio sussurrate e ripetute, di puzzo e di respiri. L’orrore non va a caccia, spia le sue vittime avvicinarsi e le aspetta.

“Quindi?” Luca mi guardava stupito. Occhi strani.

“Guarda sopra lo stipite” dissi io ridendo.

“Non dire cazzate” sembrava nervoso, agitato. Io sorrisi e questo non gli piacque.

Sorrisi. Sorrisi perché era tutto finito. A quel punto non si poteva più andare oltre; e credendomi fuori da quella follia non mi restava altro che ridere, dire cazzate, sfogare tutta quella tensione accumulata mostrandomi irriverente.

“In tutti i film c’è sempre una chiave nascosta vicino alla porta di ingresso. Che scemi!” e risi ancora girandomi verso Vittorio che da lontano ci seguiva senza capire cosa stesse succedendo.

Tornai a guardare Luca sorridendo. Non ci crederete, si mise a cercarla davvero.

“Ma che fai? Ma dai. Ma ti pare che ci possa essere una chiave qua attorno?” dissi continuando a sorridere

“Stai zitto e cerca” lui non sorrideva. “Ma per favore non dire cazzate. Dai andiamo non c’è nessuna chiave. Non si può entrare. Sono tutte frottole. Ci abbiamo tentato ma non si può entrare. Mica è colpa nostra. Andiamo dai”.

Mi convinsi che quella casa avesse avvelenato il suo cervello nel momento in cui si erano sfiorati. Il modo in cui si muoveva attorno a quella porta, ai modi in cui mi intimava di guardare a terra, di cercare come se avesse perso la cosa più preziosa al mondo. Più lo guardavo e più mi sembrava chiaro che aver toccato quella maniglia gli fosse stato fatale. Come se a quel contatto la follia l’avesse attirato a sé. La tragedia era iniziata proprio da quel momento. Posseduto da quella casa dall’istante in cui si erano incontrati: il mostro e il bambino. Il male si era diffuso con un tocco.

“Cerca, invece di stare lì come uno scemo. Dobbiamo entrare. Cerca, cazzo cerca!”

“Ma che senso ha. È chiusa. Chiusa. Lasciamo perdere. Siamo arrivati fin qui. Nessuno può dire nulla. Luca! Saremmo entrati. Ma è chiusa. Quindi non ha senso. Cosa vuoi fare?”

Cercava di forzare l’ingresso. Afferrò forte la maniglia e comincio a spingere. Il culmine fu quando prese una  breve rincorsa e rischiò di spaccarsi la spalla contro la porta. Lo sapevamo tutti e due che quella porta sarebbe rimasta chiusa. Ma lui la prese a calci. Come se fosse stata una brillante idea.

“Inutile” ma lui non si dava pace. Cercava ancora a terra.

“Vittorio dai digli di smetterla. E’ chiusa. Non si può entrare!” Dal cancello mi guardò e fece spallucce. Dal suo punto di osservazione probabilmente apparivamo come dei burattini, delle macchiette. A quel punto qualcosa da raccontare l’avrebbe avuta lui, non noi.

“Inutile dai; lascia stare. È inutile. Inutile”.

Ripenso a quei minuti, a quelle scene che si rincorrono nella mente. Scrivere mi aiuta a fare un pò di ordine. Capire. Cercava ancora a terra. Inginocchiato, cercava sotto lo spiraglio della porta, cercava l’impossibile. Io mi abbassai su di lui e gli toccai la spalla.

Ero piccolo allora. Un ragazzino. Ma quel suo sguardo mi rivelò una delle prime lezioni della vita. Sapete di quelle cose che si svelano dal nulla e ti restano per sempre? In quel momento, in quegli occhi allucinati, terrorizzati, magnetici capii che la follia degli uomini non è un contagio che si prende toccando una casa maledetta. La follia ce l’abbiamo dentro. È roba nostra.

Lui era la versione infantile di quel vegliardo che un giorno sarebbe scappato dalla realtà. L’embrione di quel male che si sarebbe rintanato in un anfratto buio e avrebbe atteso le sue vittime offuscandosi dal mondo e tessendo la sua tela di disprezzo. Vendette sussurrate in parole d’odio e malignità che si sarebbero dispiegate in una mente malata; parole di disprezzo ripetute come una nenia macabra. In quel momento la sua anima nera aveva annusato la sua natura rinchiusa dentro quelle mura, aveva percepito il richiamo famelico del suo fato come una necessità ineluttabile; quella casa aveva accelerato i tempi del suo destino. Come un pesce che anela tornare nell’acqua e si uccide nell’irragionevole scuotersi contro le pietre per salvarsi la vita.

Gli toccai la spalla e mi guardò con occhi dilatati e affannato, il suo corpo era un ammasso di nervi ansimanti; mi guardò senza ascoltare nulla di ciò che dissi. Poi la maschera di un ragazzino di duecento anni si distese in un ghigno vegliardo sussurrando: “Forse dietro c’è un ingresso”.

Si calmò. Questa idea, questa possibile soluzione lo tranquillizzò. Tornò a guardarmi e sorrise, i lineamenti si erano distesi di nuovo, mi fece un occhiolino e tornò a guardare la casa “Dai che lo freghiamo quel fesso” E rise ancora.

[…]

Sappiamo bene come funziona. Noi non viviamo in un unico attimo. Mentre studiamo, lavoriamo, pensiamo, giochiamo, corriamo nella nostra testa, nel cuore, nelle viscere è tutto un gran lavorio. Il cuore pompa, i muscoli si contraggono e rilassano, i liquidi si trasformano, senza parlare poi di quello che succede alla mente. La mente non pensa a una cosa sola. Credo ne pensi migliaia tutte insieme. E’ un continuo accendersi e spegnersi di sinapsi, scariche elettriche e miliardi di informazioni I/O che circolano senza tregua. Una macchina sempre in allerta, vigile. Registra, comanda, elabora, scorge e cela. La mente pensa per noi e sceglie. Decide cosa è importante e cosa no; e la cosa straordinaria sta nel fatto che è in grado di discernere tra miriadi di informazioni una, unica, magari impercettibile che è motivo di pericolo, allora mette tutti gli interruttori su ON! e si scatena la paura. Mentre tu nel frattempo hai fatto niente […]

13.

[…]

Dopo quel tonfo la casa non era più immobile né in silenzio. Scricchiolii, lievi ticchettii, scatti. Quelle cose che raccontano tutte le case. Della mia casa avevo imparato a riconoscerli tutti. La notte nel letto capitava di sentirli. Sapevo da dove arrivavano, da quale mobile provenissero. L’unico di cui non mi ero ancora abituato era quello che nasceva dal divano. A volte sembrava proprio come se qualcuno si alzasse. Ma il pensiero nasceva semplice – E’ il divano – e questo bastava per non farmi afferrare dalla mano invisibile della paura. E in quel momento, chiusi in quella orribile casa, richiamai all’ordine tutto il mio sapere dei rumori sordi delle case e cercai di leggere quanta più normalità potevo in mezzo a tutta quella follia. Arruolai tutto il coraggio e tutta la forza che avevo perché non potevo permettermi di uscire da quella casa e iniziare la mia nuova vita da cacasotto.

Era la seconda volta che Luca mi vedeva frignare. Il segreto cominciava a farsi più pesante, più precario.

Ricordo che ad un certo punto guardai la bocca nera al termine della scala al piano superiore. Saranno stati una quindicina di gradini. L’ultimo gradino si perdeva nell’ombra. Mi tornò in mente il racconto di Vittorio e suo cugino.

Mi chiedo se ci sia un momento, a qualsiasi età, in cui decidi che puoi anche morire. Che sei pronto. Ma non sto pensando a gesti eroici. Non sto pensando a martiri o sacrifici. No, semplicemente un momento in cui dici o pensi – o forse nemmeno lo pensi – ok dai, va beh se si deve fare facciamolo. Moriamo pure – Non sarebbe un pensiero da persona sana, probabilmente. Forse si arriva a quel pensiero solo se ci si trova sotto l’effetto di qualche droga o magia. Droga o magia? Adrenalina! Semplicemente il mio corpo era in overdose da sostanze chimiche. I dottori decisero che tra la sfida, lo spavento e la crisi di pianto in quel maledetto momento io fossi “fatto” di adrenalina.

[…]

Con quanta violenza puoi odiare un tuo amico? Con tutto l’amore che ti è rimasto. Ed è straziante. E lo scopri in un attimo, in un gesto. E io credetti di averlo scoperto quel pomeriggio affacciato alla finestra con tutta quella ovvietà davanti: Vittorio se n’era andato. Aveva scelto di non proteggermi più. E nemmeno l’opportunità di un addio, inconsapevoli del fatto che non ci saremmo visti mai più. […]

[…]

Mi hanno insegnato che la paura dovrebbe salvarti. È un istinto arcaico che dovrebbe sradicarti da un pericolo mortale e metterti in salvo. Come una mano invisibile che ti afferra e ti sposta di peso. Questo è quello che mi hanno spiegato in tutti questi anni in cui non ho più dormito. Questo è quello che mi hanno propinato in tutte quelle ore dove hanno tentato di farmi parlare, di farmi raccontare, farmi “elaborare”. La paura. Una mano forte e invisibile che ti afferra e ti salva. Mentre i medici parlavano seduti dietro alla loro scrivania, con un sorriso confortante, io li guardavo dritti negli occhi. E mentre dosavano le parole per far passare quel messaggio consolante, quella mano era appoggiata sulla mia spalla per rammentarmi costantemente di stare zitto.

Per scaricarlo: AVEVAMO SOLO UNDICI ANNI (B. Da Olonetta)

 

AVEVAMO SOLO UNDICI ANNI – La paura e il Male

“Mi hanno insegnato che la paura dovrebbe salvarti. È un istinto arcaico che dovrebbe sradicarti da un pericolo mortale e metterti in salvo. Come una m51CzL0RzvbL._SX312_BO1,204,203,200_ano invisibile che ti afferra e ti sposta di peso. Questo è quello che mi hanno spiegato in tutti questi anni in cui non ho più dormito. Questo è quello che mi hanno propinato in tutte quelle ore dove hanno tentato di farmi parlare, di farmi raccontare, farmi “elaborare”. La paura. Una mano forte e invisibile che ti afferra e ti salva. Mentre i medici parlavano seduti dietro alla loro scrivania, con un sorriso confortante, io li guardavo dritti negli occhi. E mentre dosavano le parole per far passare quel messaggio consolante, quella mano era appoggiata sulla mia spalla per rammentarmi di stare zitto.”

Avevamo solo undici anni – (L. Sacchi)

 

LA MIA CASA NON PUO’ NASCONDERMI

 LA MIA CASA NON PUO’ NASCONDERMI (Di Sacchi Lorenzo) Qui dentro c’è un viaggio. Potrebbe trattarsi di una fuga a piedi o una fuga di pensieri. Manca anche la meta. Comunque ci sono dei gatti, la luna, uno strano marchingegno e scarpe. Ecco, scarpe dove provare ad infilare la vita.

BrevCasa pice estratto:

“Sospeso tra l’assenza di moto e il turbinio delle immagini il cuore esitava per lasciare spazio alla ragione che frugava, come un gatto famelico, tra i rifiuti dell’anima in cerca di una parvenza di forma: una risposta. Roba che la si può anche immaginare volendo: un vicolo scuro, umido, pieno di spazzatura: sostrato della mente, luogo inconscio dove stanare i desideri. La ragione sperava di scovarvi un perché, un’intuizione.

Il cuore, invece, era un po’ come un cane affamato che stava là, aspettando che quel gatto s’ingozzasse di sozzura, per poi azzannarlo agevolmente. Un gran tanfo; vapori dalle fogne confondevano i sensi.

Il gatto aveva in bocca qualcosa: un frammento d’idea. Poteva lasciarlo cadere concedendolo al cane e andarsene via; oppure trattenerlo tentando la fuga. Solo una delle due possibilità poteva salvargli la vita.

Muso a muso.

Il cane ringhiava, guardava il gatto e sapeva di quel brandello di carne; poteva abbaiare facendo fuggire il gatto, guadagnandosi quel pezzo di ciccia; oppure poteva farsi avanti tentando di abbrancare alla gola il gatto. Solo un caso dei due l’avrebbe sfamato.

Tutto stava fermo, cuore e ragione, l’uno teneva in pugno la vita, l’altra l’urto vitale. Il primo a muovere avrebbe scoperto le carte, il primo che muoveva passava in svantaggio. Potevano stare così per sempre, sarebbero morti in ogni caso. Conveniva provare, qualsiasi cosa ma provarla. Poi se l’idea si dimostrava buona la ragione avrebbe concesso al cuore di portarmi via, altrimenti il viaggio non si sarebbe fatto, perché non gli si trovava un senso: non si trovava un motivo.

Scrissi: “…e così vado via!”. Questo sembrava spiegare tutto. “e così”, però, era ancora la voce del destino.

Il gatto lasciò cadere la sua preda, il cane afferrò la carne. Il gatto ebbe salva la vita il cane non si sarebbe sfamato e l’uomo poteva andare.

Non c’era altro, davvero!”

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