Amici Speciali (L. Castellani)

La storia di Samantha e Martino. Due mondi non possono essere più lontani e diversi. Lei sportiva e scatenata; lui un principino, educato secondo canoni del proprio blasone, incline ad inciampare e per nulla portato per lo sport. E’ evidente che nulla sarà semplice nella loro amicizia. Sempre che un’amicizia riesca a sbocciare in queste condizioni.

Amici Speciali

Una storia che diverte e rasserena inseguendo i due ragazzini che si districano tra fraintendimenti, gaffes e piccoli catastrofici disastri; una collezione di brutte figure che invece di sfilacciare l’amicizia sembrano rinsaldarla.

Si racconta di quanta fatica a volte si faccia a star dietro alle emozioni.

Si narra di come un’amicizia che nasce si ritrovi a fare grandi manovre tra genitori che richiedono molto dall’impegno dei figli, tra amiche che pretendono l’esclusività nell’amicizia, tra timori di non essere mai adeguati.

Si scopre che l’amicizia non si basa su l’eccezionalità del momento ma sulla cura delle emozioni.

Addirittura una storia in cui chiedere scusa non fa più tanta paura.

A tutti gli amici “speciali” di quando si ha quegli anni lì.

 

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Peppino Impastato una voce libera (D. Morosinotto)

Cop Eroi 3.inddAncora oggi, rivivere la storia di Peppino fa incazzare così tanto che viene, sempre, da piangere.

Sono passati così tanti anni, sono successe così tante cose ma la domanda rimane sempre lì; muta, graffiante, insinuante; un’unghia dritta e lenta, giù lungo una lavagna nera: tu da che parte saresti stato?

Rispondere è semplice. Educato in una famiglia dove il rispetto per l’altro stava alla base del valore fondante della vita, rispondere non può essere che una virgola, messa bene, al momento giusto, al posto giusto.

La mafia. Facile quando hai vissuto così lontano da quelle vite; da quelle strade. Il fascismo. Facile non avendo dovuto scegliere.

Ma io, da che parte sarei stato?

Questo è un libro che si rivolge ai ragazzi. Parla a loro, direttamente. E’ un ragazzino di 12 anni che racconta la storia. Un ragazzino che fino al momento in cui ha sentito La Voce nemmeno sapeva cosa fosse la mafia.

Sono passati decenni. Un secolo diverso da quello. La mafia è diversa oggi e anche i fascismi sono diversi oggi. Ma sono qui. Ci circondano. Hanno facce ammiccanti, rassicuranti, perché non sono fatte più di lupare o di saluti romani (a parte qualche scimmione idiota ma quelli fanno ridere i polli).
No i fascismi di oggi si annidano e si mescolano nel concetto di libertà personale, di libertà di pensiero, di rispetto per il prossimo, di sicurezza, di patria, di rispetto per le regole. Tutti valori fondanti, ma molto scivolosi: basta poco perché diventino deriva di posizioni estreme. Possono assumere il sapore della tagliola.

Ecco perché sono importanti libri e storie come queste, che si rivolgono direttamente ai più giovani. Sono come sveglie. Sono come la Voce di Peppino che quando “non esisteva” la mafia, lui la chiamava. Quando nessuno la vedeva la mafia, lui gli dava un nome e un cognome; Quando non si poteva nemmeno nominarla, lui scriveva E’ UNA MONTAGNA DI MERDA!

E’ importante che questa storia, narrata da un ragazzino di 12 anni messo lì da Morosinotto, venga letta dai ragazzi perché oggi a costo di dire che la mafia è diversa  e che il fascismo non esiste più, qui si rischia di distrarci irreparabilmente.

Questa storia può aiutare a rispondere a quella domanda, ma non dopo, quando si è lontani, no. Può aiutare chi certe scelte le deve ancora fare.

E’ Buona la ricotta, Don Tano?

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Avevo fatto tutta quella strada, e quella fatica, per fare un’unica domanda: perché? Perché, se tutti sanno che c’è la mafia a Cinisi, nessuno fa niente? Perché restano in silenzio?”

Una domanda che vale per tutto. Tutto ciò che accade ogni giorno nelle cose di adulti ma anche tra cose di ragazzi.

IL RINOMATO CATALOGO WALKER &DAWN (Davide Morosinotto – Mondadori)

Super Premio Andersen 2017 Gualtiero Schiaffino

Quando arrivò Quenau [il postino] ed entrò in cucina per mangiare, io saltai sul suo carretto e nascosi la nostra lettera nella borsa della posta, in mezzo alle altre buste.

Era fatta, o almeno ci speravo, e me ne tornai a casa dove la mamma mi fece una scenata perché ero sparito nel nulla, e quella sera al Rifugio comunicai ai miei amici che era tutto a posto e non restava altro a fare che aspettare. Così, be’, aspettammo”

“In men che non si dica il Rifugio era sparito dietro di noi, e insieme al Rifugio si allontanarono anche le nostre case, le nostre famiglie, e tutto quello che avevamo mai conosciuto finora”

“E comunque nessuno poteva prevedere l’incredibile sfortuna che stava per caderci addosso come un temporale estivo”

Catalogo

Di questo romanzo è stato scritto già molto. Recensioni ne potete trovare sui siti di Liberweb e di Andersen, così come in tanti altri blog.

Tutto si aggira attorno al “Catalogo”, ovviamente, un catalogo che, già per quello che rappresenta, fa venir voglia di averlo. E per vecchi bacucchi come me fa tornare alla mente le vecchie pubblicità in coda ai fumetti e ai topolini in cui ti proponevano di acquistare pistole “simil-vere”, occhiali a raggi-x, penne spia e quant’altro. E già questo, per chi ha superato i quarant’anni, rende la storia avvolta in un certo alone di nostalgia, non tanto per quegli oggetti assurdi, quanto per le fantasticherie che vi nascevano attorno, seduti sui gradini delle scale con gli amici o immersi in qualche boschetto, non lontani da casa, ma abbastanza isolati dal mondo degli adulti.

Ed è un po’ in questa atmosfera che incontriamo i quattro amici – Eddie, Te Trois, Julie e Tit – che daranno vita a questa storia coinvolgente, avvincente e toccante che ha inizio in una capanna da loro costruita, nascosta in mezzo alla palude e agli occhi degli adulti.

Il libro è consigliato per ragazzi dagli undici anni; ma c’è talmente tanta avventura dentro che potremmo anche pensare di raccontarla un po’ prima (dipende sempre dai nostri figli) e non ha un’età per smettere di leggerla.

orologioL’ambientazione è lontana dai nostri tempi; lontana dai nostri ragazzi. Però è così vicina all’immaginario collettivo di ciò che deve essere una avventura e di dove deve svolgersi. Quasi come se nel DNA di tutti noi, grandi e piccini, la riconoscessimo a pelle come un’ambientazione ideale per un’avventura: gli Stati Uniti d’America, agli inizi del ‘900… lo spazio di azione di Tom Sawyer & Co. per intenderci.

Questa ambientazione permette di parlare di amicizia, di fiducia, di paura, di coraggio ma anche di aspetti come razzismo, detenzione o sfruttamento dei minori, di sigarette e di affettività.

Coinvolgente la struttura della narrazione che viene lasciata a tutti e quattro i protagonisti che raccontano la vicenda facendo emergere le proprie singole emozioni ma anche il confronto tra i diversi modi di affrontare l’avventura e la vita.

Sono amici da sempre e lo saranno per sempre. A cementare questa amicizia sta proprio il viaggio, o forse una fuga, all’insaputa degli adulti, per andare e recuperare la loro pistola che hanno acquistato dal catalogo e che non è mai arrivata. Inizia così un viaggio ricco di mistero, di loschi detenuti che evadono per andare in contro alla morte, malefici imbroglioni senza scrupoli, altri omicidi e intrighi di un mondo adulto così complicato entro cui i quattro amici si perdono e si confondono, salvandosi per coraggio, astuzia e caparbietà.

In giorni come i nostri in cui l’avventura a volte sembra delinearsi con i tratti della violenza e della sopraffazione, dove le cronache mettono in evidenza come il rapporto tra coetanei è spesso caratterizzato dalla ricerca di forti emozioni attraverso prove che mettono a rischio la vita, la dignità dell’altro, in cui spaccare, demolire, sballare, umiliare è una placebo al naturale sconvolgimento dell’età adolescenziale, si propone un racconto in cui la violenza, la paura, la morte, la fuga, la disobbedienza, lo scontro generazionale, la voglia di emanciparsi dai genitori, la messa alla prova sono naturalmente presenti, ma incanalati in un obiettivo comune, costruito sul rispetto degli altri amici, nell’idea di riscattare le proprie condizioni di vita, di arrivare nel modo più caparbio e formativo a raggiungere un obiettivo così arduo e pericoloso.rinomato01-450x344

L’ultimo capitolo strizza un po’ l’occhio al lettore adulto, magari un po’ titubante sull’effettiva valenza e opportunità di lasciare leggere questa storia ai propri figli. Ha un effetto tranquillizzante, da lieto fine del buon padre di famiglia. Ma a guardarlo bene anche quest’ultimo capitolo, in fondo, in contro campo, laggiù un po’ nascosti, lascia trapelare i volti maliziosi dei 4 amici, con impressi quegli sguardi furbacchioni che strizzano l’occhio ai giovani lettori.

Ad arricchire e rendere unica la lettura le illustrazioni del Catalogo, che può anche essere un gioco, fantasticando l’acquisto di quei fantastici oggetti.

La Ragazza dei lupi (K. Rundell)

Questa è la sostanza di cui sono fatte le fiabe

Premio Andersen 2017, come migliore romanzo fascia 9/12 anni.

<<Tutti insieme, noi bambini, possiamo riprenderci noi stessi. E non so se vinceremo, ma  abbiamo il diritto di provare. Gli adulti ci vogliono cauti e tranquilli, ma abbiamo il diritto di combattere per il mondo in cui vogliamo vivere, e nessuno può dirci di essere prudenti e ragionevoli. Mostriamogli che siamo coraggiosi come … come lupi!>>

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Una Storia che non ti lascia in pace facilmente. Una ragazzina, un amico bambino – soldato che ha una passione che brucia dentro, una madre che ha insegnato il coraggio alla figlia . L’eterna neve nelle steppe della Russia zarista e quattro lupi. Una vita difficile, povera, resa complicata dall’incanto del clima rigido che certo non aiuta. Potrebbe essere tutto così, ed esserlo per sempre. Marina (la madre) e Feodora (la figlia; occhio però a chiamarla così) sono Soffialupi … rieducano i lupi alla libertà; lupi che l’aristocrazia comprava cuccioli per abbellire i propri salotti, liberandosene quando troppo grandi e troppo pericolosi. Loro due, isolate nella steppa, da superstizione e timore, se ne prendono cura e li liberano. La storia arriva a noi con la comparsa di un generale dello Zar accecato da odio e follia. Un odio che è la rappresentazione della cieca follia dei regimi, dei reali che non conoscono la vita fuori dai propri palazzi, di idee che giustificano il Male, in funzione di un Bene Assoluto.

Quando la storia ci esplode tra le mani troviamo una ragazzina al galoppo sul dorso di Nero, un lupo, seguiti da un amico appena conosciuto che impara a fidarsi di lei e dei lupi. Entrambi in fuga (o forse all’inseguimento?) del generale dello Zar che ha fatto arrestare la madre, con l’accusa di aver disobbedito alle assurde leggi fatte di niente, tipiche dei governanti tiranni o stupidi.

E’ la storia di una rivoluzione. Una ribellione contro cui si scontrano prima o poi tutti i regimi. Questa rivoluzione parte dai bambini. E’ la storia di una magia: l’amicizia. E’ la storia che insegna il coraggio: <<“Ho paura” … “Lo so … Anch’io. Non so da dove viene il coraggio. ma so che se riuscite a raggranellarne almeno un po’, ne arriverà altro senza che lo cerchiate. capito? non vi serve una grande dose di coraggio, ne basta un soffio leggero”>>. E’ la storia di un’avventura senza tregua. Due ragazzini che diventano tre, cui si aggiungono altri bambini, a cui se ne aggiungono altri ancora fino a diventare molti e smuovere le coscienze degli adulti.

Un’avventura che parla, appunto, di coraggio, di fiducia, di lupi, della potenza delle parole, dell’amore per i libri, di adolescenti e brucianti passioni e di bambini che sanno e possono essere la coscienza adulta e lucida da cui ripartire “Rieducandosi così alla libertà, proprio come i lupi” (P. Bertolino – pg. 14; Liber 114)

Lupi

Bellissime anche le illustrazioni in bianco e nero di Gerlev Ongbico.

Quello che ci rimane sottopelle chiudendo il libro alla fine è che nulla è deciso. Che tutto è in mano nostra e che serve quella giusta manciata di coraggio e amore per poter andare avanti. Ciò che fa la differenza da altri libri che dicono la stessa cosa è che Feodora non è una super eroina. Non è una super ragazza, non è finta. Parte perché scappa, ma con gli amici giusti e fedeli la fuga diventa una caccia e il predatore, preda.

E’ una di quelle storie che spero un giorno incroci la strada dei miei figli.

L’estate alla fine del secolo (Fabio Geda)

Può succedere davvero. Non semNZOpre per colpa o per errore, a volte solo per una disgraziata serie di maldestre coincidenze. Di fatto succede. Anche più spesso del previsto. Succede che alle soglie dell’adolescenza, tutto d’un tratto quegli adulti da cui stai prendendo fisiologicamente le distanze di colpo vengano distratti da altro e, agli occhi un po’ svagati e alla mente un po’ sovracaricata dei ragazzi, da quel momento l’adulto scompaia dai monitor.

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L’Assenza. Essenzialmente si parla di questo nel racconto di Geda. Il momento in cui nel tentativo di estrema protezione giocata dai genitori l’unica soluzione che trovano è creare distanza, mettere tra loro e i figli uno spazio vuoto, un terreno non esplorabile, una distanza che i genitori percepiscono come “di sicurezza”, ma cos’è?

E’ vuoto da riempire.

E difficilmente quel Vuoto le ragazze e i ragazzi lo lasciano così. C’è sempre, in qualunque modo, un tentativo da parte loro di colmare quel vuoto.  Può accadere in tanti modi, e non sempre edificanti.

Dunque si parla di questo. Certo il tutto fa parte della vita e arriva il momento in cui i ragazzi devono sapere andare. Certo; ma “è una questione di tempi e modi”. Spesso la confusione sta nel fatto che entriamo troppo nelle loro sfere quando non serve e non ci siamo quando serve. Capirne il confine è il lavorio di quasi undici anni e poco più (o forse tanto meno ormai) che impegna i genitori dal momento in cui il figlio viene alla luce.

L’estate alla fine del secolo è la storia di questa assenza; una storia che però vuole mostrare come questo possibile vuoto disorientante in realtà sia un’opportunità. L’assenza di un adulto non deve essere a tutti i costi una perdita di un progetto.

L’idea è quella che ha in mente chi si occupa di ragazzi e ragazze. Questa assenza, questo vuoto può essere colmato da due aspetti: la creatività e la possibilità, finalmente, di osservare da un punto di vista diverso; ma non così per dire, per davvero. Trovarsi in un contesto nuovo e partire da lì, indipendentemente da tutte le criticità che quella nuova posizione apparentemente crei. Costruire da qualcosa di nuovo.

Fabio Geda è stato educatore. E si sente. Nel modo più bello. Quello di persone che si affiancano alla vita di altri senza la pretesa di cambiare o salvare, ma solo di accompagnare. Mostrando, quando è necessario, che ci sono sempre più possibilità di scelta.

Ma la storia è molto altro. Parla anche di fumetti, di guerra e dopo guerra, di leggi razziali, di solitudini, di difficili rapporti familiari, di amicizie riconosciute e non riconosciute, di persone che nonostante tutto si sono perse già da tempo e la loro morte è solo un appuntamento già segnato sul calendario.

Immagino ci siano diversi modi di affrontare questa storia. Se sei nato a metà degli anni ’70 del secolo scorso alcune cose ti vibrano dentro e le riconosci; così a volte sorridi – a volte in modo divertito a volte un sorriso amaro – e annuisci silenzioso voltando pagina.  Se sei un genitore che ha figli più o meno dell’età di Zeno credo che ogni tanto chiudi il libro lasciando il dito dentro per non perdere il segno e stai a pensarci su. Se hai fatto l’educatore la senti la forza di questo ragazzo e vai avanti a leggere per arrivare al momento in cui lo potrai lasciare andare.

Se sei un ragazzo dell’età di Zeno alcune cose non le hai ancora “sentite” e le sentiresti qui. E potrebbe essere un po’ incomprensibile al momento ma poi, dato che la storia è bella,  la ragazza, Luna, sembra interessante e Isacco, l’amico, scemo quanto basta, qualcosa te la porterai con te, fino al momento giusto; poi quando arriverà qualcosa di questa storia potrebbe anche servirti. Senza troppe cerimonie, ma questo Zeno, due dritte, per tempo te le può dare.

Al netto di tutto, rileggendo i passi che ho sottolineato tra le pagine del libro, ripensando un po’ a quel lavoro particolare che è fare l’educatore e ripensando un po’ alla mia di adolescenza, credo che il tema vero, il messaggio che ne esce, l’ancora lanciata da Geda sia sempre quel termine ormai entrato nel linguaggio comune del mondo che è la capacità di Resilienza.

Fabio Geda ha rilasciato una bellissima intervista per la Rivista Liber (pp. 64 – 68; nr. 114 ); è così che l’ho conosciuto. Ne ha scritti altri di racconti e li affronterò quando sarà il momento giusto. Il suo lavoro è stato anche premiato al Premio Ceppo Ragazzi 2017 .

 

 

L’isola dei Bambini Rapiti – Frida Nilsson

Spoiler: Seppure non si entri nel merito del racconto, alcuni passaggi del post potrebbero anticipare aspetti della trama, senza però svelare nulla ai fini dell'evolversi della storia.

picture-for-lisola-dei-bambini-rapiti-frida-nilssonRomanzo adatto dagli 11 anni; Se letto con o da un adulto è un racconto adatto anche dai 7 – 8 anni.

Un’avventura ambientata tra isole incantate dalla neve e dai ghiacciai; abitate da marinai privati delle proprie navi, prese nella morsa di mari ghiacciati che nei mesi invernali non lasciano scampo. Marinai del nord segnati dalla salsedine, dal vento e dalle temperature gelide che disegnano nei volti solchi che scolpiscono sguardi arcigni e imperscrutabili e rendono gli animi incapaci di prendersi cura o preoccuparsi di una ragazzina, Siri, che ha deciso di partire da sola alla ricerca della sua piccola sorella Miki, rapita dal più crudele dei pirati, Testabianca, che dei bottini tiene per sé solo i bambini da impiegare nelle miniere di diamante… o qualcosa del genere.

E’ la cosa peggiore…” sussurrava. “Sì” sussurravo io in risposta. “Essere rapiti dai pirati e finire nel labirinto di quella miniera è la cosa peggiore che possa capitare a un bambino“.

Per i più coraggiosi, che cercano scariche di adrenalina, si incontrano anche lupi dagli occhi freddi e famelici e creature marine al limite del possibile.

A guardare bene riconosciamo in questo racconto le caratteristiche tipiche delle fiabe della tradizione popolare (le  funzioni che le caratterizzano). Si inizia con un rapimento, l’eroina parte alla sua ricerca abbandonando la casa e il padre, il viaggio è costellato da messe alla prova, vere e proprie lotte e vittorie, mezzi magici, aiutanti e l’immancabile lieto fine.

Quello che troviamo in questa moderna fiaba ambientata tra fantasmatiche isole frutto della immaginazione della scrittrice (Isola del Confine, Isola Grassona, Isola delle Balene, Isola Pallida, Isola dei Lupi, Isola dell’Onda del Nord, etc.) e vascelli dal sapore nordico sono tanti aspetti che faranno bene ai giovani lettori e potrebbero essere un buono spunto per noi, per una chiacchierata con loro, su ciò che accade a Siri cercando così di cogliere cosa accade ai nostri ragazzi tutti i giorni a scuola, nei cortili o nei parchi.

Il coraggio. L’assenza degli adulti. La forza della natura che non va mai sottovalutata. L’alchimia dell’amicizia e le sue antitetiche sfaccettature. Il rispetto per gli animali. Il senso di colpa. L’idea che non è mai troppo tardi. C’è tutto questo. Ma anche il tema dello sfruttamento dei bambini. La responsabilità. E … non ultimo, che esistono delle conseguenze alle nostre azioni.

Personalmente però, di tutto ciò che accade, quello che ho sentito come l’aspetto più importante che fortifica i personaggi della storia, che li fa crescere, è la capacità – che Siri inizialmente subisce e successivamente impara a gestire – di “lasciare andare”. Al momento giusto. Se la storia ci insegna qualcosa secondo me è questo, saper vivere il più intensamente un rapporto e quando arriva il momento, quando non c’è altra possibilità bisogna saper accettare e accompagnare chi si deve allontanare da noi, per qualsiasi motivo si tratti. E’ come se chi narra la storia ci dica costantemente: la cosa che bisogna considerare non è tanto il fatto che quella persona non la vedrai più, ma la cosa più importante è che c’è stata. Per tanto o poco. Ma c’è stata. E quello che è stato serve per andare avanti, continuare, crescere.

La storia è semplice, anche se ben svolta. Non ci sono parti particolarmente descrittive o che ne spezzano il ritmo. Lo svolgimento si articola in funzione dei personaggi che Siri incontra. C’è anche un piccolo colpo di scena che serve per indirizzare l’esito dell’avventura. Anche se lo si intuisce un po’ prima è comunque ciò che ci si aspetta che accada. Ma questo, appunto come nelle fiabe della tradizione, non guasta… anzi forse rende tutto più interessante. La protagonista, Siri, è una eroina dei giorni d’oggi. Una ragazzina vera, fatta di emozioni vere, sensi di colpa, desideri, sogni, follia, rabbia, amore. E’ principalmente una bomba ad orologeria di emozioni. Emozioni vere che vanno oltre l’identità di genere e per questo la storia piacerà anche ai ragazzi. Anzi sarebbe proprio interessante ascoltare il punto di vista anche dei ragazzi, in quell’età in cui, senza pregiudizi, la differenza tra ragazzi e ragazze è un aspetto notevole.

Una curiosità la copertina dell’edizione italiana di Feltrinelli Kids è di Paolo D’Altan che ha realizzato le illustrazioni anche del Racconto: SALIS (soggetto e testo di Daniela Morelli) – Un’avventura distopica e crossmediale, una serie di racconti illustrati e animati (se vi interessa è anche in formato app book)… ne parleremo…

ERA L’INVERNO DEL 1921

scuola-del-1920(Lorenzo Sacchi)

Ho vissuto luoghi in cui la solitudine può uccidere. Spazi in cui se l’hai conosciuta veramente allora ci sarà una buona probabilità che non ti salverai.

*

Quando il maestro, Sig. Arioli, raccontò quella storia di fantasmi io né sorrisi nè inorridii. Era semplicemente una storia e non mi permettevo di far trapelare ciò che stavo provando in quel momento. Mentre la classe era in subbuglio tra lacrime silenziose e gesti di panico, io rimanevo composto al mio banco in attesa che finisse tutta quella pantomima.

L’insegnante faticava a riportare l’ordine in classe nonostante la sua austera severità; quel racconto aveva liberato ogni tipo di inibizione in quei ragazzi e soprattutto nelle ragazze.

Era l’inverno del 1921 e io dovevo avere 12 anni. In quei tempi nelle aule scolastiche non si era soliti assistere a momenti di scompostezza di quel genere. E non era scontato che saremmo usciti indenni dalla durezza dell’insegnante e dalla collera dei genitori. Insomma l’avremmo pagata cara.

A dirla tutta per intero in quello scompiglio c’erano le sorelle Forlani che piagnucolavano in silenzio, scomponendosi  solo per tirar di naso. I più piccoli della classe si erano stretti tra i tavoli all’angolo guardandosi attorno impauriti e sconcertati. Guerzoni e Galasso, in piedi sulle sedie, nel tentativo estremo di una difesa dell’indifendibile, urlavano strazianti verso l’insegnante. C’era poi Ludovico, lo scemo, che eccitato da tutta quella confusione ululava e batteva le mani sul banco accanto alla cattedra. Schiacciate a terra in un angolo il gruppo delle “Signorine galline” che strette tra di loro piangevano, strillavano e si strattonavano; intanto qualcuno piangeva per i fatti propri, qualcuno era preso da conati di vomito, altri tremavano e ripetevano come un mantra “che no, che non era possibile, che loro non c’entravano nulla, che …”

Il maestro piazzato in mezzo all’aula, accerchiato da questa bolgia di follia urlava per soverchiare tutto quel caos e batteva il bastone sui banchi nel futile tentativo di convincere quegli indemoniati.

E in tutto questo, composto al mio banco, restavo in silenzio, da solo.

A far scoppiare questa ondata di isteria fu il racconto di una storia che tutti conoscevano già molto bene. Si trattava di una storia mandata a memoria da anni e che ormai aveva ottenuto l’onore di passare per leggenda.

*

Si trattava di una disgrazia avvenuta quasi cinque anni prima in un pomeriggio di inverno in quel borgo di montagna, dove i cognomi li conoscevi tutti. La storia ha inizio quando i bambini del paese, che frequentavano tutti la stessa classe mista, si accorsero che Luigi Mariano, 7 anni, era un po’ diverso da loro. Luigi non parlava molto, non giocava con nessuno, non guardava sotto le gonne delle ragazzine. Viveva con i genitori alla casa del Cardo.  Il padre, “Mariano del pascolo” aveva lasciato la pastorizia da qualche anno per via del cuore difettoso, lasciando che se ne occupassero il fratello e il figlio maggiore. Per campare iniziò ad aggiustare tutto quello che si rompeva, ma il nome non glielo cambiarono mai. Piccoli lavoretti nelle case di tutti. Chi aveva bisogno andava dal Mariano del pascolo e pagava come poteva e se poteva. Solite storie. Spesso Luigi seguiva il padre. Lo aiutava. Ma era come un’ombra silenziosa che assisteva l’uomo. La gente si era abituata a quella particolare presenza. Padre e figlio, taciturni che lavoravano ad aggiustare le cose.

La madre aspettava un altro figlio all’epoca dei fatti. Si dice fosse il decimo, ma si sa come sono fatte le storie che diventano leggende. Di certo Luigi aveva un fratello maggiore che non lo considerava molto, se non per prenderlo a pedate quando doveva sfogarsi di qualche bruttura della vita. C’era poi una sorella più piccola, ma che faceva vita propria nel mondo delle donne; la madre, la nonna e la zia Serafina mai maritata, la Serafina degli ultimi.

Di altri figli o fratelli non è dato sapere ma non cambierebbe l’esito della storia.

Luigi dunque già all’età di 7 anni riduceva la sua vita alla scuola la mattina, il lavoro con il padre il pomeriggio, la messa alla domenica. La sera silenzio o botte.

Lui, comunque, non se l’era mai posto il problema del perché rifuggisse le persone a quel modo. A quell’età non te le fai certe domande. Va bene così perché sembra che non possa essere diversamente. Semplicemente lui con le persone non ci sapeva fare. Punto. Tanto meno con i ragazzi del paese. Ma non c’erano tanti perché o per come. E, a dirla tutta, non ebbe nemmeno il tempo di porsi quelle domande.

Ma gli altri ragazzi ad un certo punto se lo sono chiesti il motivo. E, per un mistero che davvero è difficile da dirsi, qualcosa in quella sua solitudine, in quel suo silenzio, li disturbava. D’un tratto, senza nemmeno comprendere ciò che stava accadendo, si sono accorti di Luigi e si sono sentiti importunati.

Credo sia inutile descrivere  gli sguardi furtivi a lui indirizzati, le mezze frasi sussurrate alle orecchie al suo passaggio, gli sguardi divertiti, le battute in dialetto che a lui ancora non volevano dire nulla ma sembravano dire tutto agli altri. Poi qualcuno iniziò anche un approccio diverso, diretto. Lo scherno diventava sempre più evidente. Le minacce velate ma buie. Le risatine delle ragazze, taglienti.

Qualcuno glielo chiese un giorno. Spinto al muro dalla sola presenza e prestanza di tre ragazzi più grandi, quel qualcuno gli sputò addosso quella domanda che parve sdoganare ogni tipo di prepotenza che avrebbe portato a disastrose conseguenze. “Oh, te… mo che non parli? Che? Oh. Te vergogni di quanto sei brutto e stupido? Deh. Di un po’, te sei scemo, vero?”

Luigi corse via. Pianse. Si odiò. Giustificò e credette a tutto. Infondo era vero. Lui ci sapeva fare con le cose, ma non con le persone.

Ora non so se per voi è chiara questa faccenda. Se vi sia mai capitato. Perché se non vi è capitato allora non è facile da spiegare. Non perché siete scemi ma perché davvero non riuscite a rappresentarvela ‘sta cosa. Quello che ti blocca quando qualcuno ti parla, quando stai tra la gente e attorno a te cala il buio. Quello che succede non è che ti rammollisci e diventi inerte e stupido. Quello che succede è che tu rimani lucido e consapevole ma il cervello va in blocco. Non si sa se si tratti di una malattia o cosa sia. E che proprio non ti viene in mente nulla da dire. Da fare. Niente. Non viene alla mente. Una frase di circostanza, una parola, una risposta. Nulla. È tutto bloccato. Eppure tu i tuoi pensieri li hai. Non è che passi la vita a guardare le pareti bianche e a ripetere sono scemo sono scemo sono scemo. No. Tutt’altro. Il catalogo dei pensieri ce l’hai. Eppure nel momento in cui condividi uno spazio con qualcun altro e, anche solo per cortesia, serve uno scambio generico fatto sì e no di due parole, Trum! il blocco. Si trattasse semplicemente del tempo. Trum! Niente.

D’altra parte gli altri non è che siano tutti stronzi. È che dopo un po’, al di là di tutte le buone motivazioni che puoi avere, al di là del fatto che se si blocca si blocca, beh, dopo un po’ sembri proprio scemo.

E se gli adulti, soprattutto chi non deve avere a che fare con te, sono capaci anche di gesti di comprensione, beh i ragazzi no. E così alla fine hanno le loro buone ragioni a dedurre che tu sei sbagliato e la devi pagare.

*

Fu strano come tutto precipitò dopo quella volta in cui in tre l’avevano messo al muro. Una frase da nulla che aveva autorizzato tutti a fare un po’ quello che volevano con Luigi. Vessato tutte le mattine prima di entrare a scuola dai compagni e rimproverato dall’impaziente insegnante, un po’ seccato per questo atteggiamento un da vittima provocatrice. Ad un certo punto iniziò a trovare qualsiasi cosa nella logora cartella. Iniziarono con i sassi, passarono a bestioline e poi un topo morto. Fino a che la cartella sparì del tutto. Una volta gli fecero sparire anche il banco con annesso sgabello. Buttato fuori dalla scuola, dietro alla legnaia. Ovviamente era tutta roba difficile da giustificare agli occhi del padre e del fratello maggiore. Essenzialmente perché un figlio o un fratello stupido è una vergogna indelebile. Quante ne prese quando tornò a casa scalzo, senza le scarpe. Inutile raccontare come gliele portarono via. La madre neppure si accorse del sangue dal naso entrando in casa. E quando tornò il padre a quel punto non si capiva più se ne aveva prese di più nel tentativo di rubargliele da dosso o fosse stata la madre nel tentativo di rinsavire il figlio stupido. Infondo quel paio di scarpe erano state già promesse al figlio del panettiere per l’anno successivo, in cambio di mezzo miccone al mese per un intero anno.

Le botte non si contavano più. E più il padre era preoccupato per quell’atteggiamento del figlio più erano botte.

*

L’inchiostro versato nelle tasche del cappotto fu l’apice di quella tragedia. Luigi usci da scuola in lacrime. La prima volta che lasciava trapelare un emozione davanti agli altri. Si sarebbe potuto dire terapeutico tutto ciò. Era la ricreazione e la mattina era fredda per la nevicata della notte. Si usciva per 10 minuti in attesa in attesa della seconda parte della mattinata.

Luigi uscì per ultimo dalla porta di legno scuro della scuola; una scatola di cemento che conteneva un’unica classe. Il bagno era all’esterno in una casupola non lontana vicino alla legnaia. Nessuno andava a fare i propri bisogni là dentro, abituati a farli tra la natura o il più vicino possibile alla bicicletta del Sig. Arioli.

Luigi uscì lentamente con indosso il cappotto di un paio di misure più grandi. Probabilmente indossato da suo padre, poi dal fratello e da chissà quanti altri uomini della famiglia. Grande almeno un paio di misure che garantivano una copertura almeno per quattro o cinque anni ancora, prima di passare a qualche altro parente. Uscì lento, in lacrime, mani nelle tasche. Tutti erano nella neve fermi ad aspettarlo.

All’altezza delle tasche due vistose macchie nere. L’inchiostro che continuava ad espandersi.

Luigi si fermò davanti a tutti. Estrasse le mani dalle tasche. Completamente sporche di inchiostro. Le alzò a mostrarle a tutti, guardandole attonito lui stesso. Le risate scoppiarono tutto attorno. Il Sig. Arioli, seduto ancora alla cattedra a correggere dei compiti, intuì che qualcosa non andava e girandosi verso la porta urlò: “Diamine, volete farmi assiderare. Mariano. Chiuda la porta!”

Luigi si guardava le mani nere singhiozzando. Incapace, ancora una volta, di dire una singola parola. Soffocava tra la saliva e le lacrime in uno sguardo disperato e deformato nel tentativo, inutile, di urlare qualcosa che potesse avvicinarsi alla rabbia, all’odio, alla disperazione.

La classe urlava invece. Ululava. Qualcuno si sprecava in battute. Le ragazze ridevano e additavano. “uh poverino il capottino si è macchiato un po’”.

Luigi non guardava nulla. Forse non sentiva nulla. Straziato e straziante, con quelle mani nere di petrolio che probabilmente non sarebbero venute pulite prima di un mese. Un pensiero fisso alle botte del padre che avrebbe ricevuto. Umiliato nella consapevolezza dello strazio in cui si era ridotto, per sempre.

*

Immagino si possa credere a quel ragazzo che ha giurato più volte, spergiurato, che lui non poteva immaginare che l’avrebbe fatto davvero quando ha detto quella cazzata. Non c’è dubbio che in quel momento tutto sembrava solo atrocemente divertente. C’è da credergli quando dice che l’ha detto perché era solo una minchiata, una delle tante. E che forse in mezzo a tutte quelle urla Luigi non l’aveva nemmeno sentita quella cazzata. Forse gli è venuto in mente a lui. Di fatto quella frase: “ti conviene andarti a lavare al lago, scemo!” qualcuno l’ha detta e non escluderei che Luigi l’abbia sentita. Poi vai a capire cosa passa nella mente di una persona, di un ragazzo per giunta, in cui ogni cosa è assoluta.

Fu il maestro Sig. Arioli, dopo quasi un’ora, a rendersi conto che la solita presenza silenziosa proveniente dall’angolo dove sedeva Luigi non era così solita. Luigi non c’era. Tra alcune risatine soffocate qualche audace spiegò al maestro che probabilmente era andato a casa per tentare di pulire il cappotto perché si era versato addosso l’inchiostro. Risatine. Se lo ricorderà per sempre il Sig. Arioli che d’istinto guardò la boccetta di inchiostro sul banco di Mariano. Evidentemente piena. La guardò per un po’. Poi proseguì la sua lezione.

*

Luigi venne ritrovato assiderato alle tre del pomeriggio. Morto nel laghetto non molto lontano da casa. La temperatura si era alzata qualche grado in quei giorni e il laghetto non era più ghiacciato ma tanto bastava per morirci dentro.

*

Dunque questa è la storia, o leggenda, che ha fatto andare fuori di testa la classe. Ha generato questo isterismo collettivo che stenta a ritrovare il senno. Io resto composto e aspetto. Questa storia non mi fa più effetto. La so già. Li guardo e non mi capacito di come ragazzi che apparentemente dimostrano coraggio e spavalderia possano andare in giuggiole davanti a storie di fantasmi come questa. Mi verrebbe anche da sorridere ma non mi va di lasciare trapelare nulla dei miei pensieri. Non mi va di mescolarmi tra di loro nel bene e nel male. Resto lì a guardarli mentre si straziano per quel racconto. Ogni tanto guardo fuori dalla finestra la distesa di neve nel prato e poi mi guardo le mani, che ormai sono uso strofinare piano piano nel eterno fastidioso tentativo di ripulirmi da tutto questo nero che non verrà mai via.

Non sto a dirvi oggi perché l’abbia fatto. Certo la vergogna. Certo le botte di mio padre, la delusione e i pianti di mia madre. Certo il terrore che sarebbe sempre andata peggio. Certo l’idea che in fondo quello sbagliato ero io. Di fatto credo di ricordarmi lucidamente che io in quel momento davvero ci credevo che entrando nel lago sarei riuscito a ripulire il cappotto. Ne ero convinto. Avevo bisogno dell’acqua. Avevo bisogno di pulirmi. Avevo bisogno di cancellare tutto.

Non ricordo nulla. Non ricordo come ci arrivai. Non ricordo come ci entrai. Nulla. Ricordo tutto del prima, però. Ma di quel momento non mi è dato ricordare niente. So solo che sembrava l’unico modo per uscirne. Certo, una bella stronzata. Ma in quel momento il cervello è andato in tilt. Chissà se lo sanno quelli che ti prendono per il culo che l’unica via di salvezza a volte è morire. Sembra cretino ma alla fine la mia solitudine non mi ha salvato.

In realtà conservo ancora una immagine nitida; indelebile. Le mani nere di inchiostro che sfioravano la superficie dell’acqua gelida, solo a sfiorarla. E poi ho ben presente anche l’unico pensiero che mi concessi prima di sparire per sempre. Un pensiero. Preciso. Semplice. Terribile: “vi perseguiterò tutte le notti e vi ucciderò tutti!”

*

Intanto qui attorno nulla si placa. L’isteria sembra aumentare. Le grida dei ragazzi si fanno ancora più alte. Terrorizzati. Sembrano tutti in panico. E il maestro furioso che si sbraita in mezzo all’aula. Questa storia li ha mandati fuori di matto tutti. È perché probabilmente se ne erano dimenticati. Forse in tutto questo tempo hanno saputo rimuoverla. Tutto ciò che è successo prima e dopo. Forse fino a quel momento nessuno se n’era veramente reso conto. Il maestro picchia il bastone sempre più forte. Li vuole tutti fuori. Ma loro non se ne vogliono andare. Terrificanti si oppongono al volere del maestro che urla ormai isterico: “Dovete andarvene! Uscite tutti subito!”. Io attendo. Dalla mia solitudine ho imparato ad aspettare. Qualcuno esausto inizia a tremare, altri si azzittiscono accasciandosi a terra, qualcuno inizia a scuotere la testa ripetendo tra lacrime e muco “non è vero, non è possibile, non è vero”. Anche i più facinorosi urlano sempre meno e piano i toni, non meno disperati, si fanno più sedati. Anche il Sig. Arioli pare percepisca che la classe sta riprendendo la calma e si lascia cadere seduto su una seggiola dietro a lui. Si sorregge con il bastone, si sentono pianti, si sentono singhiozzi, si sente una litania che ripete che non è possibile, che non è vero, che non è così. E poi la voce, esausta del maestro che dice: “Vi prego ragazzi, basta, è tutto inutile dobbiamo andarcene, siamo tutti morti”.

Bornasco, 27 Dicembre 2016