FATEVI RACCONTARE UNA FIABA

Provate a farvi raccontare una fiaba. Una di quelle antiche.  Di quelle con i lupi e gli orchi, le matrigne e le streghe.

Probabilmente non sentireste nulla.

Non riaffiorerebbero sulla pelle e nello stomaco quelle sensazioni di paura e protezione provata durante quelle notti dell’innocenza; non saprete ritrovare la voce di vostra madre che nella penombra pronunciando di rapimenti, abbandoni e incantesimi sapeva farvi sentire la sicurezza del suo amore; non sentireste più la voce di vostro padre che raccontando di ombre, stregonerie e metamorfosi con uno sguardo sapeva farvi sentire al sicuro.

Provate. Fatevi raccontare una fiaba; provate a lasciarvi incantare da quella che era l’antica magia del “C’era una volta”, lasciarvi trascinare dall’ansia di sentire finalmente: “E vissero felici e contenti”. Provate.

Ci si avvicina al proprio passato come degli inesperti Pollicino, illusi che basti lasciare qualche briciola di pane per tornare al sicuro verso casa. Provate a cercare la magia.

<<C’era una volta una vecchia mendicante che vendeva fagioli neri. Nelle notti d’inverno tra le foreste lontane camminava infreddolita nel buio profondo>>. Cercatelo quel buio. Dubito che qualcuno lo possa sentire davvero come quando il cuore era innocente.

Provate a farvi raccontare una fiaba. Di orchi, fate e folletti; di giganti e nani, di streghe e maghi, di eroi e brutti draghi; fiabe di abbandoni, divoramenti e mantelli, neri come la pece, che foderano le notti dei boschi incantati. Provate a risentire il gesto.

Provate a tornare con la mente a quella finestra, quelle notti, quel sentiero sotto casa vostra.

Provate a ricordare la sagoma dell’uomo nero che camminava di spalle, mentre, ancora bambini lo spiavate dalla fessura creata scostando di un niente le vostre tende, nell’ovatta della vostra stanza. Provate a ricordarlo mentre si incamminava nel suo nero mantello verso i boschi; provate a ricordarlo mentre si ferma nella notte stellata e il gelido alito spettrale si dipana attorno alla sua sagoma; provate a ritrovare tra le pieghe delle vostre paure il momento esatto in cui nascosti dietro alla tendina, in un gesto impercettibile che a dirlo non è già più nulla, lui si gira e sa dove siete.

Attimo che non si dice, senza respiro, senza battito, senza anima. Si gira ghermendovi con il suo sguardo gelido di famelico predatore. La gelida consapevolezza di sapere che vi ha scoperto, vi ha scovato nel vostro gesto colpevole. Voi vi ritraete nel terrore della fine, lasciando ondeggiare la tenda mentre l’uomo nero con la vostra anima, vinta dal terrore, ghermita tra le sue fauci torna a voltarsi verso il sentiero con un colpo di mantello nero che come un manto spegne il cielo stellato nella notte ormai buia.

Provate a farvela raccontare una fiaba. Per dirla tutta non lo ritroverete più il brivido di spiare dentro quella storia, quella foresta, quel sentiero. Non vi sentirete più nascosti dietro quella tenda a rapire un segno del mistero.

Provate. Provate e non accadrà proprio nulla. Non mentre ve la raccontano.

Poi ad un certo punto quella fiaba finirà; probabilmente sorriderete; magari alzerete un po’ le spalle per lasciarsi indietro la delusione di non aver ritrovato più nulla; non resterà che chiudere il libro e spegnere la luce.

Buio. Libro chiuso sul comodino, silenzio. Buio che lascia filtrare un po’ di riflessi della notte.

… e sarà in quel momento che avrà inizio tutto.

Nel buio, ai piedi del vostro letto un gelido alito attorno a una sagoma d’ombra; il tempo di aprire spaventati gli occhi… il colpo buio di un mantello nero che come un manto cancellerà ogni ombra.

Bornasco, 8 settembre 2010

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