IL PESCIOLINO

 

C’era una volta un pesciolino che viveva nell’oscurità degli abissi profondi.

 Era talmente fondo che tutto attorno era buio e tenebra. Era nato su quel fondale, lontano miglia e miglia dalla superficie di qualcosa che non sapeva nemmeno immaginare. Certo non era facile vivere al buio, ma per il pesciolino era l’unico mondo che conosceva e quindi non sapeva immaginare nulla di meglio; ed era felice per la semplice ragione di essere vivo. In quell’oscurità l’esistenza di un mondo altro da lui si basava sulla semplice percezione. Infatti lui sentiva che attorno non c’era il nulla. Era capitato più volte, infatti, di scontrarsi contro “cose”. Ormai capitava sempre più raramente, ma solo perché aveva imparato ad evitarle, seguendo un’improbabile mappa che nella sua mente si era costruito negli anni. Anni? O Mesi? Oppure giorni? Impossibile averne un’idea precisa. Anche i ricordi erano molto semplici legati a pensieri, bisogni, o movimenti percepiti attorno a lui.

Movimenti sì. Il pesciolino ricorda ancora quando qualcosa lo sfiorò causando uno spostamento di corrente. Un altro pesce più grande di lui? Forse. Così come si ricorda ancora quando passando tra qualcosa che lui aveva mappato come una lieve alga (così la chiameremmo noi) e una roccia appuntita (ancora secondo il nostro linguaggio) si trovò, cosa mai successa prima, incastrato in qualcosa che fino ad un certo punto lo aveva lasciato passare, ma poi l’aveva bloccato. Lottando disperatamente era riuscito a liberarsi da quella stretta. Una volta libero si era reso conto che lo spazio in cui di solito nuotava si era ridotto drasticamente. All’inizio temette di essere stato mangiato; sì, come faceva lui con pezzetti più piccoli che spesso si ritrovava in bocca; allo stesso modo la sorte era spettata anche a lui. Preso dal terrore cominciò ad agitarsi picchiando ripetutamente contro barriere apparentemente infrangibili. Ricorda che lottò a lungo, disperato, nuotando freneticamente in quello spazio così ristretto fino a ritrovarsi di nuovo incastrato. Con colpi decisi, terrorizzato dal dubbio di rimanere lì per sempre, riuscì a liberarsi.

Rifletté per molto tempo su quell’accaduto. Non capiva perché in tutti quegli anni, o mesi o giorni di vita passando mille volte tra quell’alga e quella roccia non fosse mai incappato in quella trappola. Pensò tanto e intuì che qualcosa doveva essere cambiata. Capì così che era diventato più grande. Da quel giorno il pesciolino cominciò a vivere un po’ meno sereno, stando più attento ai movimenti che percepiva attorno a sé, alle piccole onde diverse, alla sabbia che sentiva alzarsi e andargli negli occhi. Movimenti invisibili che indicavano che attorno a lui accadevano delle cose.

Un altro episodio che non dimenticherà mai fu quando si sentì colpire in testa da qualcosa che arrivò dall’alto e poi si abbandonò sul fondale, alzando una manciata di terra. Talmente forte la botta che per pochi secondi, minuti o giorni rimase frastornato.

Comunque questo era il mondo del pesciolino. Lui ci viveva bene. Ed era soddisfatto di avere un suo mondo. Altro non poteva sperare. Più passava il tempo, però, più sentiva la stanchezza sopraggiungere. Le membra erano sempre più stanche e percepiva una difficoltà sempre maggiore a respirare. Non capiva cosa fosse ma sentiva proprio la fatica passargli addosso e spesso doveva fermarsi e riposare. E questo accadeva sempre più spesso.

Accadde poi, in uno strano giorno, proprio mentre stava riposando, all’improvviso una forte onda fece capottare il pesciolino che si percepì sbalzato nel buio. L’onda era stata talmente forte che a nulla era servito cercare di controllare la spinta ricevuta. Onde così forti che fecero spostare anche ciò che stava attorno a lui urtandolo e inondando gli occhi e la bocca di terra. Questo movimento dell’acqua prosegui per minuti, ore o giorni. Poi tutto tornò alla normalità. Il pesciolino frastornato non riusciva però a orientarsi avendo perso ogni punto di riferimento a lui noto. Non trovava più la sponda vicino al sasso appuntito che gli permetteva di sapere che si trovava di fronte alla sua tana. Non riusciva più a trovare quell’alga e quel sasso che l’avvisava di quella trappola; non incontrava più quella strana parete molle che a volte gli permetteva, spingendo, di fare capriole divertenti. Non c’era più nulla attorno solo il buio, l’acqua e la sabbia sotto di lui. Viveva nel nulla.

Il terrore lo attanagliò. Senza questi piccoli punti di riferimento si sentiva in pericolo.

Tutto questo accadde più volte. Di nuovo cercò di dare una spiegazione e intuì che ciò che gli stava attorno non era stabile e sicuro, ma pericoloso e soprattutto costantemente in cambiamento. E allora perse ogni serenità e iniziò a vivere nell’angoscia del buio che non gli permetteva di capire cosa stava succedendo.

Dopo giorni, o ore o minuti accadde una cosa molto strana alla tenebra. Forse cominciava a non vederci più bene. Forse era colpa di tutta quella sabbia negli occhi. Beh, di fatto non vedeva più tutto quel buio. Insomma non sapeva spiegarsi quel calo della vista, di fatto il buio era meno buio. All’inizio pensò che fosse solo una sensazione ma poi, passati minuti, ore, giorni quella sensazione si fece sempre più evidente. La tenebra non era più. E non poteva essere un problema di vista; no perché, insomma non sapeva spiegarsi cosa, ma era come se notasse di spostarsi e non solo percependolo con il corpo.

Il buio stava sparendo, svelando ciò che attorno a lui prima esisteva solo nella sua testa. Svelando un corpo che fino a quel momento era solo pensiero.

Allora capì. Capì che c’era una fonte di chiarezza che arrivava da sopra la sua testa. Che penetrava gli abissi e illuminava il mondo fino a quel momento nascosto. Ma capì che non era magia. Semplicemente la superficie dell’acqua stava calando, l’abisso in cui aveva vissuto stava prosciugandosi e probabilmente a breve (secondi, minuti, ore) si sarebbe prosciugato tutto.

Un’altra cosa che notò era che da qualche tempo anche quel torpore che spesso lo attanagliava, quelle lunghe agonie in cui sembrava mancasse il respiro, stavano diminuendo. Si, insomma mentre il buio spariva lui cominciava a sentirsi meglio. Incomprensibilmente.

E di colpo nuove onde che lo facevano turbinare. Ma non solo. D’un tratto, dalla superficie strani pesci o forse noi le chiameremmo mani, si tuffarono affondando nella terra, afferrandola in grosse manciate e poi portandola via. Il pesciolino cercava di schivare questi pericoli. Più questi portavano via la sabbia più tutto diventava chiaro; più diventava difficile guardare verso la superficie perché gli occhi si riempivano di spilli.

Poi tutto finì. Il pesciolino nuotava in questa acqua chiara tra fili verdi e sassolini. Tutto sembrava essersi fermato.

Poi fu un semplice gesto inaspettato che non seppe spiegarsi  e in un attimo si trovò preso da quelle mani, in un sorso d’acqua. Sopra di lui due facce sorridenti di due bambini.

Il pesciolino cominciò a dimenarsi fino che cadde a terra. L’acqua non c’era più. Era tra fili d’erba asciutti. Si dimenava attendendo la fine. Le ultime immagini che pensava di portarsi con se erano di piedi, e più in là tanta sabbia nera raccolta, lattine, plastica, stracci, una bottiglia e altre cose nere e sporche. Cominciò poi a sentire meno le forze. Cominciò a sentire la fine.

Furono le stesse mani che lo raccolsero e in un attimo tornò a respirare. Di nuovo era tornato nell’acqua in questo mondo nuovo, fatto di luce e libertà.

Guardò verso la superficie e vide due visi sorridenti che con le manine salutavano. Poi restò il sole.

Si racconta anche che dopo qualche giorno con un gran tuffo entrò in questo laghetto anche un altro pesce, ma si sa, si raccontano tante cose strane che è difficile credere a tutto.

Bornasco, 20 Gennaio 2011

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