GLI OCCHI DEL GATTO

1514_Foto_825Il Gatto. Gli occhi del gatto sembrano non aver nulla a che fare con questa scena. Macchie nella notte che si riflettono in un gioco beffardo di destini.

L’uomo. Il corpo dell’uomo, per quanto si possa vedere da dove mi trovo, è schiantato a terra. A terra, illuminato ad intermittenza dalle luci dell’inutile ambulanza chiamata anonimamente, dato che nei palazzi attorno le nude finestre spente rendono solitaria questa morte. Sulla scena il morto, i movimenti lenti dei soccorritori, il medico, i palazzi e il gatto. Io, ma io non faccio parte di questa scena perché questa foto la sto solo guardando.

La foto. La foto dava solo questo. Niente di più.

La guardo per non perdere l’attimo, cercando dentro a questo scatto, questo istante il senso della scena. Cerco di descrivervi meglio la foto. Prima di tutto è in bianco e nero. Il morto, disteso su un asfalto bagnato ha il viso rivolto verso il cielo. Non produce ombre che invece gli altri – i soccorritori – ne dispiegano diverse inventate dalla luce dell’ambulanza. Il tutto, morto soccorritori e ambulanza stanno nell’angolo sinistro, in basso della foto. Poi si possono vedere le finestre dei palazzi attorno, che si perdono fuori dai margini oltre ai quali li puoi solo continuare ad immaginarli; e sono tutte finestre senza luce, spente, vuote. Tutto questo si dispone attorno al morto che sta però in quella posizione strana, fuori dal centro della scena, in disparte, come evento secondario. Come se l’anonimo fotografo si fosse disinteressato dell’accaduto per inseguire qualcos’altro, un’altra ombra, un altro segno.

Immobile tutto. Fermo. Non ci vuole un grande sforzo a immaginare i movimenti di quegli uomini e della notte che li ha ospitati. E la foto, ovviamente immobile, si lascia quindi leggere come una storia. Quelle posizioni sono tutte corrispondenti a un movimento in atto, ben preciso. La posizione del morto rende in modo lampante la sua caduta, sulla schiena a occhi aperti. La postura dei soccorritori da l’effetto della lentezza con cui si stanno muovendo data l’inutilità e la mancanza di fretta. Le case, i palazzi, beh quelli rendono la loro banale e solitaria immobilità. E poi le ombre. Tutto ha un’ombra, da qualche parte a guardare bene la trovi, tranne al morto, disteso; ma un morto che ombra vuoi che abbia. I morti non hanno ombra.

Tutto questo contorna e galleggia nel suo silenzio attorno al centro della scena, quello che il fotografo ha cercato, quello che l’occhio del fotografo aveva catturato; al centro della scena di quella morte messa in disparte, si trovata il gatto. Senza colori, risalta al centro nella sua nitidezza. Al centro che non è proprio in mezzo alla strada. Nella prospettiva è come se l’obiettivo fosse a un ipotetico terzo piano, il gatto su una tettoia al di sotto sporgente rispetto all’obiettivo e, infine, il morto sulla strada. Nella piattezza della fotografia il gatto risulta verso il centro della strada, sul luogo della morte, unico testimone: proprio il centro della foto.

Anche a lui manca un’ombra. Forse per la sua posizione, non prendendo luce da nessun lampione; fermo, unico testimone silenzioso della scena, protetto dal suo statico silenzio. Un gatto presente nel mezzo dell’immagine della morte.

Mentre al di sotto gli uomini del soccorso, nei loro movimenti immobili, provvedono ai soliti riti, inconsapevoli di un gatto sulle loro teste; un gatto senza un’ombra che pesa su di loro più di quanto possa fare un morto, un gatto scelto dall’obiettivo per testimoniare una tragedia.

Questa foto ritrovata tra le carte di un vecchio orfanotrofio, in una piccolissima raccolta di qualche bambino che presumibilmente passava le lunghe notti a sfogliarlo non ha una data, non ha un’indicazione. Non testimonia nulla, ed è come stare a guardare nulla. Nemmeno il fotografo si è curato molto della scena. È una foto che non mostra nulla. A guardarla non hai l’impressione di guardare una immagine così ricca di impressioni, nonostante ci fosse la morte là in quell’angolo.

Ma l’inquietudine nel far passare tra le dita questa immagine non sta nella sensazione di guardare la morte che si porta via un’anima; l’inquietudine non sta nell’atto di guardare qualcosa di orribile e intenso, bensì l’inquietudine sta nel fatto che non ti senti osservatore di quella scena ma osservato e scrutato dagli occhi e lo sguardo di quel gatto e anche del morto disteso sulla strada irragionevolmente ancora ad occhi aperti, che, insieme, stanno guardando dritti nell’obiettivo rivelando la loro accusa.

 

Bornasco, 27 AGOSTO 2009

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...