IL LUPO

lupo-mannaro-neoprene-caso-tablet-da-10-samsung-galaxy-tab2-ipad-motorola-xoom_ljcvvu1344855723526Inutile cercare qualcuno cui chiedere aiuto in quel parco da sempre poco frequentato a quell’ora del mattino. Inutile cercare di mettere insieme i pensieri. Forse in questi casi era bene attaccarsi al cellulare e lasciare che tutto venisse da sé. E mentre, agitato per il ritrovamento, con mani impacciate cercava di estrarre il cellulare dal marsupio lo sguardo continuava a ripercorrere il corpo dilaniato di quella povera ragazza, e i pensieri a rincorrersi ripetendo in modo quasi tantrico, ma inutilmente, – Parco dei Pioppi, presto presto Parco dei Pioppi … – ancora prima di aver lanciato la telefonata. E quel sangue. Tutto quel sangue. Quanto sangue.

Impossibile recarsi a lavoro quella mattina. Cesare dopo l’arrivo della polizia aveva quasi perso i sensi. L’adrenalina che l’aveva tenuto in piedi fino a quel momento si era esaurita in nulla e Cesare era caduto, bianco cadaverico ai piedi dell’agente che stava raccogliendo la prima testimonianza. Risvegliatosi in ospedale nel giro di qualche ora era stato dimesso. Tutto regolare. Solo qualche cerotto e fasciatura un po’ su tutto il corpo per qualche ferita che si era procurato probabilmente svenendo a ridosso di alcuni rovi.

Rincasando tutto sembrava dilatato. Il quartiere, gli abitanti, i rumori, i giochi dei bambini. Gli sembrava di vedere tutto attraverso lenti simili a fondi di bottiglia. Inutile farsi altre domande, non capitava tutti i giorni di trovarsi di fronte a una ragazza dilaniata con una tale ferocia. Frastornato tra i rumori e le immagini esagerate dai suoi sensi alterati si chiedeva chi potesse aver procurato quelle ferite così mortali.

Un lupo. Questo era ciò che recitavano i giornali usciti con una edizione speciale, nella speranza di allertare la popolazione della presenza di un feroce animale che era probabilmente sceso dai monti, nemmeno troppo vicini. I giornali mettevano in guardia sulle caratteristiche del lupo tendenzialmente non pericoloso per l’uomo ma in circostanze come quelle, bestia spaesata, affamata e braccata, allora saltavano tutti gli schemi e diventando potenzialmente mortale.

Lettere nere del giornale che scorrevano tra pensieri confusi. Un lupo? Cesare si chiedeva come fosse possibile, si chiedeva cosa fare eventualmente… si chiedeva come fosse fatto un lupo e tra i riflessi appannati e un forte mal di testa riusciva a intuire da altri articoli che in quella zona un mese prima già altre due vittime si potevano far risalire ad attacchi di un lupo. Si trattava di azioni fino a quel momento insospettabili ma alla luce dell’omicidio della mattina era evidente che il quartiere aveva un problema molto grave. Un mese prima un cane, e la notte successiva un cavallo, erano stati ritrovati senza vita e il motivo si poteva far risalire a evidenti attacchi di un lupo.

Cesare era sulla via di casa, ancora pochi metri. Sentiva salire un calore strano dallo stomaco. La vista si appannava i riflessi del sole che baluginava tra le foglie fitte dei secolari lungo la via, si mescolavano a flash rossi, accecanti spasimi di sangue che tornavano alla mente, tornavano a colpire come spilli gli occhi e a spingere il calore che arrivava dallo stomaco per esplodere in un conato di vomito; e mentre vomitava, davanti ai suoi occhi tornavano gli occhi terrorizzati della ragazza del mattino: occhi disperati occhi iniettati di sangue e lacrime che fino a quel momento aveva rimosso. E appoggiato a un tronco Cesare fini di vomitare sputando ciò che rimaneva.

Respiro affannato, appoggiato con una mano all’albero e una al ginocchio restava in ascolto del suo corpo che stava tornando alla normalità. Sicuramente qualche schifo di flebo fatta al mattino che aveva destabilizzato tutto. Questo pensiero gli generò immediatamente come una sorta di rabbia dentro. Come una sorta di senso di ingiustizia che sembrava voler sfogarsi con un urlo. Probabilmente la tensione, lo spavento, la ragazza morta, tutto quel sangue. Tutto questo stava producendo dentro il suo corpo, ormai ristabilito, una specie di rabbia. Una forte volontà di tornare a quell’ospedale da quel maledetto infermierino e infilare quella flebo su per il suo culetto d’oro; trovare quel fottuto poliziotto e insultarlo per la sua poca sensibilità per averlo interrogato in quello stato, probabilmente per aver dubitato di lui e magari addirittura pensato che fosse proprio lui l’assassino. Una rabbia che aveva impossessato le sue mani che ora stringevano quasi a non sentire più la presa il tronco e la gamba. E il respiro. Ora di nuovo affannato. Ma ora si sentiva bene. Ora si sentiva forte. Ora si sentiva a posto. Anche la gamba ferita non faceva più male. Di nuovo saliva la adrenalina e si insinuava in ogni parte del corpo; ovunque, fin dentro il cervello. Era infuriato. Furibondo per quello che gli era successo. L’avrebbe fatta pagare a tutti.

“Cesare!” la voce sembrava provenire da molto lontano. Inizialmente non esisteva. Probabilmente la ragazza l’aveva ripetuto già diverse volte perché quando Cesare alzò la testa dalla posizione in cui era la ragazza sembrava spaventata.

“Cesare ma che cosa ti succede?”

Silenzio. Cesare la guarda. Di nuovo sembra guardare il mondo da lenti spesse. Cerca di mettere a fuoco. Una ragazza. L’istinto sarebbe quello di offendere, cosa si impiccia questa stupida. Cosa vuole. Sente le sue mani forti. Sente i nervi in tutto il corpo che si irrigidiscono. Sente la necessità di stringere attorno a quel collo le sue mani e stringere. Fargliela pagare a questa impicciona. Lei per tutti.

E di nuovo la ragazza Ripeté il suo nome. “non ti senti bene?”

Paola!

Appena riconobbe la ragazza Cesare senti il bisogno di tornare in sé. Paola! Lei non centra, lei non è colpevole di nulla. Lei è un’amica. Il corpo sembra obbedire a tutto questo.

“Oddio! Paola”

“Cesare ma che ti succede!” la ragazza guardò a terra. “Oddio ma stai male”. Nonostante le deboli proteste di Cesare la ragazza si offrì di accompagnarlo a casa. Nella quiete dell’appartamento Cesare raccontò dell’accaduto dalla mattina al senso di malessere di pochi minuti prima; tralasciando ovviamente il dettaglio dell’aggressione che stava per lanciarle se non si fosse reso conto che si trattava di lei.

Paola era molto rassicurante. Lo convinse che tutto era dipeso dallo stato di shock e probabilmente anche ai medicinali usati e lo stomaco a digiuno. Fu poi Cesare a doverla rassicurare sulla storia del Lupo. Paola ne era rimasta scioccata. Tutte le mattine, molto presto, era sua abitudine fare una corsetta. Cesare la convinse a non rinunciare per la mattina seguente proponendole di accompagnarla lui stesso; ottimo pretesto per stare un po’ con lei.

La mattina era insolitamente umida. I primi colori dopo la notte erano velati da una leggera foschia che limitava la vista lungo le vie del quartiere. Il sole non era ancora emerso e la strada mostrava i grossi tronchi dei secolari tranciati dalla grigia umidità. Paola correva da pochi minuti. L’appuntamento era con Cesare alla fontana del parco. Correva con andatura regolare, ma più rapida del solito. Non era tranquilla. Voleva raggiungere al più presto Cesare. Quella storia proprio non le andava a genio. Entrando nel parco la nebbia sembrava meno fitta. Corse per i sentieri senza incontrare nessuno. Correva cercando di tenere impegnata la mente ascoltando i suoi passi sul selciato e il soffio del suo respiro. Ma in realtà cercava di riconoscere in quei rumori familiari qualcosa di anomalo. Di insolito. E si sa. Qualcosa c’è sempre. Così mentre correndo spezzò un piccolo ramoscello secco le parve di sentire una specie di rantolio piuttosto cavernoso. Si fermo di colpo. Sentì il sudore gelarsi su di lei. Di colpo cercò di non respirare. Non muoversi. Non esserci. Guardò avanti a sé ma non vide nulla di strano. Qualche passo dietro di lei. Si voltò e il cuore tornò a battere. Il folle del quartiere con la sua carriola che faceva la ronda in cerca di stracci prima che gli altri abitanti si svegliassero. “Che stupida!” e sorrise di sé. Scosse la testa. Alzò gli occhi al cielo prima di ripartire e notò quel particolare aspetto che l’aveva sempre affascinata. Appena prima dell’alba, quando la luna era ancora lì nel cielo ad attendere il sole. E la luna quella notte era luna piena. Sorrise di nuovo; sorrise alla luna. E ripartì.

Pochi metri ormai e già intravvedeva Cesare. Era inginocchiato di spalle nella sua tuta. Probabilmente stava allacciando le scarpe. Eccolo il suo eroe. Rallentò per arrivargli alle spalle. Adorava fare questi scherzi frivoli. Ormai camminava. Cesare aveva già corso probabilmente perché si notava in modo evidente il respiro affannato della corsa guardandogli le larghe spalle. Un atleta! Pensò.

Paola non si accorse d’altro. Mise la mano sulla spalla facendo “Buh!”

Cesare si voltò di scatto urlando addosso alla ragazza un ruggito fatto di denti insanguinati e sporgenti; il volto tumefatto da macchie scure e violacee; con gli occhi infuocati piantati nello sguardo terrorizzato di lei urlò di nuovo tutta la sua ferocia coprendo lo strillo terrificato della ragazza. La follia esplose poi in morsi e sangue.

Bornasco, Marzo 2012

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