AVEVAMO SOLO UNDICI ANNI – Lorenzo Sacchi (ESTRATTI)

Questo racconto è maturato da studi sulla Paura in relazione al percorso di crescita. Quanto pesa la paura per un ragazzo? Come si intreccia la paura con la ricca e co51CzL0RzvbL._SX312_BO1,204,203,200_mplessa sfida dell’adolescenza? Come funziona la paura – emozione che dovrebbe mettere in guardia – quando ci sono in gioco la sfida, la formazione della propria personalità, il confronto con l’altro, la fretta di crescere, la necessità di essere accettato dagli altri?

ALCUNI ESTRATTI:

1.

Fu il silenzio a spaventarci. Nient’altro che l’improvviso silenzio di quella casa.

 “Io esco”

“Ma dove vai? Smettila”

 Sarebbe bastato un cenno dal mondo dei vivi, un richiamo dalla realtà che ci permettesse di ritrovare un po’ di lucidità per scappare. Invece restammo così, sospesi tra il silenzio e l’inquietudine, perché la pazzia scegliesse noi come vittime sacrificali.

2.

Quel pomeriggio, quando vennero a chiamarmi, non risposi subito. Forse se avessi lasciato passare qualche minuto se ne sarebbero andati e l’indomani avrei potuto dire, con disappunto, che mia madre mi aveva costretto a seguirla da qualche improbabile parente.

Già vestito e pronto rimasi immobile sul letto sedotto dal fascino della mia antica solitudine che nei primi undici anni di vita mi aveva viziato e corrotto fino all’incontro con Luca e Vittorio che diede un giro completo al mio destino. Due amici con cui smettere di stare per i fatti miei. Certo detta così potrebbe avere il sapore di una rinascita, ma non è andata proprio così; non avrebbe potuto. Abbandonare la propria solitudine equivale a rinunciare all’unica potente immagine che si è creata di se stessi. Non viaggiare più da soli è come iniziare ad essere un po’ qualcun altro. Così, ogni tanto riaffiorava quella voglia di starmene isolato; capitavano giornate in cui mi sembrava di aver bisogno di riprendere fiato, buttare l’occhio dentro l’antica solitudine per rincuorarmi del fatto che ne fossi uscito, o forse solo per assicurarmi che fosse valsa veramente tutta quella fatica e spesso tornavo a disperdermi tra infiniti Io, reinventandomi in storie che avevano il gusto della vita vera; così, semplicemente sdraiato, a valere per sempre. Pertanto, quel tentativo di negarmi agli amici non aveva nulla a che vedere con quel folle gioco che ci stava attendendo. Proprio no. Anche perché mentre suonavano il campanello tutta quella follia che si sarebbe scatenata era ancora niente più che uno scherzo iniziato per ridere, perché d’estate in quel borgo per far passare il tempo dovevi inventarti qualcosa.

A volte, però, capitava di combinare qualche cagata.

[…]

In cuor mio ero convinto che sarebbe stato sufficiente arrivare al cancello di quella casa. Saremmo arrivati là davanti, ci saremmo fatti un po’ paura con qualche minchiata e tutto sarebbe finito. Ero sicuro di questo. E forse tra mille pensieri, mentre spingevamo tutto il corpo su quei pedali, c’era la comune convinzione che sarebbe andata proprio così. Tutto si sarebbe esaurito lanciando sassi nel giardino e poi via inebriati ed euforici per aver sfidato quella casa che intimorita dal nostro coraggio si sarebbe arroccata dietro la sua coltre di mistero e avrebbe dimenticato presto l’audacia di tre ragazzini fino a quel momento invisibili […]

[…] Avete mai cercato l’interruttore allungando una mano al buio? Magari in un luogo che non conoscete o semplicemente nella vostra casa rientrando in piena notte dopo averla lasciata per qualche ora invulnerabile alle presenze o anche a malintenzionati che potrebbero essere entrati. Allungate la mano e laddove siete sicuri di trovare l’interruttore non lo trovate subito. Siete soli, il buio preme contro di voi e vi disorienta; attorno a voi potrebbe esserci qualsiasi cosa e non lo sapete. L’avete provata quella tensione che fa contrarre l’anima nella precisa consapevolezza che una mano gelida e ruvida vi afferrerà? Non vedi nulla, nemmeno la tua mano; non trovi l’interruttore, sai che è lì ma non ci arrivi mai, trattieni il fiato e allunghi la mano in avanti mentre il corpo o la tua anima, strozzandoti il respiro, vorrebbe spingerti via per la netta sensazione che al posto dell’interruttore stai per sfiorare una presenza silenziosa che è lì, ti attende e a differenza tua ti vede. Certo è la tua mente a fare tutto. Disegna, netta, la percezione della tua mano che si avvicina all’invisibile che inevitabilmente ti afferrerà […]

La porta era chiusa a chiave. Penserete che sia una cosa banale; ovvia. Non lo era in quel momento. No. Ci guardammo senza dire nulla. Non poteva essere. Mai un secondo. Mai un attimo ci passò per la mente la possibilità che quella casa potesse presentarsi chiusa. Mai in tutte quelle ore che passammo a lanciarci la sfida, che pensammo di farlo davvero, che ridemmo dei mostri che avremmo incontrato, che ci improvvisammo eroici acchiappa fantasmi, mai mai mai immaginammo di trovare la porta chiusa. Tutte le case dell’orrore che si rispettino sono sempre accoglienti, attendono per anni le loro vittime con l’invito di una porta aperta. Ma quella era chiusa. Forse perché la vita a volte cerca di avvertire, forse perché il destino a volte cerca di dirtele le cose; o forse perché le case dell’orrore autentiche non gradiscono di essere profanate, non vogliono gli intrusi, vogliono restare inviolate. Forse perché terrorizzate dal loro stesso orrore cercano di tenere lontane le vittime, consapevoli che una volta dentro non sapranno fermarsi.

L’orrore è come una solitudine buia. Non è che un ammasso di rancore. É come un vegliardo malvagio che ha scelto di isolarsi dal mondo perché detesta la vita, disprezza gli uomini. È come un uomo cattivo abbandonato da tutti che si ritira dalla realtà nel buio del proprio silenzio e vuole essere lasciato in pace. L’orrore è qualcosa che si nasconde nelle tenebre e non si mostra. É infrattato nelle pieghe più buie e sciagurate della vita e tesse la sua tela fatta di rancore, di parole d’odio sussurrate e ripetute, di puzzo e di respiri. L’orrore non va a caccia, spia le sue vittime avvicinarsi e le aspetta.

“Quindi?” Luca mi guardava stupito. Occhi strani.

“Guarda sopra lo stipite” dissi io ridendo.

“Non dire cazzate” sembrava nervoso, agitato. Io sorrisi e questo non gli piacque.

Sorrisi. Sorrisi perché era tutto finito. A quel punto non si poteva più andare oltre; e credendomi fuori da quella follia non mi restava altro che ridere, dire cazzate, sfogare tutta quella tensione accumulata mostrandomi irriverente.

“In tutti i film c’è sempre una chiave nascosta vicino alla porta di ingresso. Che scemi!” e risi ancora girandomi verso Vittorio che da lontano ci seguiva senza capire cosa stesse succedendo.

Tornai a guardare Luca sorridendo. Non ci crederete, si mise a cercarla davvero.

“Ma che fai? Ma dai. Ma ti pare che ci possa essere una chiave qua attorno?” dissi continuando a sorridere

“Stai zitto e cerca” lui non sorrideva. “Ma per favore non dire cazzate. Dai andiamo non c’è nessuna chiave. Non si può entrare. Sono tutte frottole. Ci abbiamo tentato ma non si può entrare. Mica è colpa nostra. Andiamo dai”.

Mi convinsi che quella casa avesse avvelenato il suo cervello nel momento in cui si erano sfiorati. Il modo in cui si muoveva attorno a quella porta, ai modi in cui mi intimava di guardare a terra, di cercare come se avesse perso la cosa più preziosa al mondo. Più lo guardavo e più mi sembrava chiaro che aver toccato quella maniglia gli fosse stato fatale. Come se a quel contatto la follia l’avesse attirato a sé. La tragedia era iniziata proprio da quel momento. Posseduto da quella casa dall’istante in cui si erano incontrati: il mostro e il bambino. Il male si era diffuso con un tocco.

“Cerca, invece di stare lì come uno scemo. Dobbiamo entrare. Cerca, cazzo cerca!”

“Ma che senso ha. È chiusa. Chiusa. Lasciamo perdere. Siamo arrivati fin qui. Nessuno può dire nulla. Luca! Saremmo entrati. Ma è chiusa. Quindi non ha senso. Cosa vuoi fare?”

Cercava di forzare l’ingresso. Afferrò forte la maniglia e comincio a spingere. Il culmine fu quando prese una  breve rincorsa e rischiò di spaccarsi la spalla contro la porta. Lo sapevamo tutti e due che quella porta sarebbe rimasta chiusa. Ma lui la prese a calci. Come se fosse stata una brillante idea.

“Inutile” ma lui non si dava pace. Cercava ancora a terra.

“Vittorio dai digli di smetterla. E’ chiusa. Non si può entrare!” Dal cancello mi guardò e fece spallucce. Dal suo punto di osservazione probabilmente apparivamo come dei burattini, delle macchiette. A quel punto qualcosa da raccontare l’avrebbe avuta lui, non noi.

“Inutile dai; lascia stare. È inutile. Inutile”.

Ripenso a quei minuti, a quelle scene che si rincorrono nella mente. Scrivere mi aiuta a fare un pò di ordine. Capire. Cercava ancora a terra. Inginocchiato, cercava sotto lo spiraglio della porta, cercava l’impossibile. Io mi abbassai su di lui e gli toccai la spalla.

Ero piccolo allora. Un ragazzino. Ma quel suo sguardo mi rivelò una delle prime lezioni della vita. Sapete di quelle cose che si svelano dal nulla e ti restano per sempre? In quel momento, in quegli occhi allucinati, terrorizzati, magnetici capii che la follia degli uomini non è un contagio che si prende toccando una casa maledetta. La follia ce l’abbiamo dentro. È roba nostra.

Lui era la versione infantile di quel vegliardo che un giorno sarebbe scappato dalla realtà. L’embrione di quel male che si sarebbe rintanato in un anfratto buio e avrebbe atteso le sue vittime offuscandosi dal mondo e tessendo la sua tela di disprezzo. Vendette sussurrate in parole d’odio e malignità che si sarebbero dispiegate in una mente malata; parole di disprezzo ripetute come una nenia macabra. In quel momento la sua anima nera aveva annusato la sua natura rinchiusa dentro quelle mura, aveva percepito il richiamo famelico del suo fato come una necessità ineluttabile; quella casa aveva accelerato i tempi del suo destino. Come un pesce che anela tornare nell’acqua e si uccide nell’irragionevole scuotersi contro le pietre per salvarsi la vita.

Gli toccai la spalla e mi guardò con occhi dilatati e affannato, il suo corpo era un ammasso di nervi ansimanti; mi guardò senza ascoltare nulla di ciò che dissi. Poi la maschera di un ragazzino di duecento anni si distese in un ghigno vegliardo sussurrando: “Forse dietro c’è un ingresso”.

Si calmò. Questa idea, questa possibile soluzione lo tranquillizzò. Tornò a guardarmi e sorrise, i lineamenti si erano distesi di nuovo, mi fece un occhiolino e tornò a guardare la casa “Dai che lo freghiamo quel fesso” E rise ancora.

[…]

Sappiamo bene come funziona. Noi non viviamo in un unico attimo. Mentre studiamo, lavoriamo, pensiamo, giochiamo, corriamo nella nostra testa, nel cuore, nelle viscere è tutto un gran lavorio. Il cuore pompa, i muscoli si contraggono e rilassano, i liquidi si trasformano, senza parlare poi di quello che succede alla mente. La mente non pensa a una cosa sola. Credo ne pensi migliaia tutte insieme. E’ un continuo accendersi e spegnersi di sinapsi, scariche elettriche e miliardi di informazioni I/O che circolano senza tregua. Una macchina sempre in allerta, vigile. Registra, comanda, elabora, scorge e cela. La mente pensa per noi e sceglie. Decide cosa è importante e cosa no; e la cosa straordinaria sta nel fatto che è in grado di discernere tra miriadi di informazioni una, unica, magari impercettibile che è motivo di pericolo, allora mette tutti gli interruttori su ON! e si scatena la paura. Mentre tu nel frattempo hai fatto niente […]

13.

[…]

Dopo quel tonfo la casa non era più immobile né in silenzio. Scricchiolii, lievi ticchettii, scatti. Quelle cose che raccontano tutte le case. Della mia casa avevo imparato a riconoscerli tutti. La notte nel letto capitava di sentirli. Sapevo da dove arrivavano, da quale mobile provenissero. L’unico di cui non mi ero ancora abituato era quello che nasceva dal divano. A volte sembrava proprio come se qualcuno si alzasse. Ma il pensiero nasceva semplice – E’ il divano – e questo bastava per non farmi afferrare dalla mano invisibile della paura. E in quel momento, chiusi in quella orribile casa, richiamai all’ordine tutto il mio sapere dei rumori sordi delle case e cercai di leggere quanta più normalità potevo in mezzo a tutta quella follia. Arruolai tutto il coraggio e tutta la forza che avevo perché non potevo permettermi di uscire da quella casa e iniziare la mia nuova vita da cacasotto.

Era la seconda volta che Luca mi vedeva frignare. Il segreto cominciava a farsi più pesante, più precario.

Ricordo che ad un certo punto guardai la bocca nera al termine della scala al piano superiore. Saranno stati una quindicina di gradini. L’ultimo gradino si perdeva nell’ombra. Mi tornò in mente il racconto di Vittorio e suo cugino.

Mi chiedo se ci sia un momento, a qualsiasi età, in cui decidi che puoi anche morire. Che sei pronto. Ma non sto pensando a gesti eroici. Non sto pensando a martiri o sacrifici. No, semplicemente un momento in cui dici o pensi – o forse nemmeno lo pensi – ok dai, va beh se si deve fare facciamolo. Moriamo pure – Non sarebbe un pensiero da persona sana, probabilmente. Forse si arriva a quel pensiero solo se ci si trova sotto l’effetto di qualche droga o magia. Droga o magia? Adrenalina! Semplicemente il mio corpo era in overdose da sostanze chimiche. I dottori decisero che tra la sfida, lo spavento e la crisi di pianto in quel maledetto momento io fossi “fatto” di adrenalina.

[…]

Con quanta violenza puoi odiare un tuo amico? Con tutto l’amore che ti è rimasto. Ed è straziante. E lo scopri in un attimo, in un gesto. E io credetti di averlo scoperto quel pomeriggio affacciato alla finestra con tutta quella ovvietà davanti: Vittorio se n’era andato. Aveva scelto di non proteggermi più. E nemmeno l’opportunità di un addio, inconsapevoli del fatto che non ci saremmo visti mai più. […]

[…]

Mi hanno insegnato che la paura dovrebbe salvarti. È un istinto arcaico che dovrebbe sradicarti da un pericolo mortale e metterti in salvo. Come una mano invisibile che ti afferra e ti sposta di peso. Questo è quello che mi hanno spiegato in tutti questi anni in cui non ho più dormito. Questo è quello che mi hanno propinato in tutte quelle ore dove hanno tentato di farmi parlare, di farmi raccontare, farmi “elaborare”. La paura. Una mano forte e invisibile che ti afferra e ti salva. Mentre i medici parlavano seduti dietro alla loro scrivania, con un sorriso confortante, io li guardavo dritti negli occhi. E mentre dosavano le parole per far passare quel messaggio consolante, quella mano era appoggiata sulla mia spalla per rammentarmi costantemente di stare zitto.

Per scaricarlo: AVEVAMO SOLO UNDICI ANNI (B. Da Olonetta)

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...