L’estate alla fine del secolo (Fabio Geda)

Può succedere davvero. Non semNZOpre per colpa o per errore, a volte solo per una disgraziata serie di maldestre coincidenze. Di fatto succede. Anche più spesso del previsto. Succede che alle soglie dell’adolescenza, tutto d’un tratto quegli adulti da cui stai prendendo fisiologicamente le distanze di colpo vengano distratti da altro e, agli occhi un po’ svagati e alla mente un po’ sovracaricata dei ragazzi, da quel momento l’adulto scompaia dai monitor.

Mayday“!

L’Assenza. Essenzialmente si parla di questo nel racconto di Geda. Il momento in cui nel tentativo di estrema protezione giocata dai genitori l’unica soluzione che trovano è creare distanza, mettere tra loro e i figli uno spazio vuoto, un terreno non esplorabile, una distanza che i genitori percepiscono come “di sicurezza”, ma cos’è?

E’ vuoto da riempire.

E difficilmente quel Vuoto le ragazze e i ragazzi lo lasciano così. C’è sempre, in qualunque modo, un tentativo da parte loro di colmare quel vuoto.  Può accadere in tanti modi, e non sempre edificanti.

Dunque si parla di questo. Certo il tutto fa parte della vita e arriva il momento in cui i ragazzi devono sapere andare. Certo; ma “è una questione di tempi e modi”. Spesso la confusione sta nel fatto che entriamo troppo nelle loro sfere quando non serve e non ci siamo quando serve. Capirne il confine è il lavorio di quasi undici anni e poco più (o forse tanto meno ormai) che impegna i genitori dal momento in cui il figlio viene alla luce.

L’estate alla fine del secolo è la storia di questa assenza; una storia che però vuole mostrare come questo possibile vuoto disorientante in realtà sia un’opportunità. L’assenza di un adulto non deve essere a tutti i costi una perdita di un progetto.

L’idea è quella che ha in mente chi si occupa di ragazzi e ragazze. Questa assenza, questo vuoto può essere colmato da due aspetti: la creatività e la possibilità, finalmente, di osservare da un punto di vista diverso; ma non così per dire, per davvero. Trovarsi in un contesto nuovo e partire da lì, indipendentemente da tutte le criticità che quella nuova posizione apparentemente crei. Costruire da qualcosa di nuovo.

Fabio Geda è stato educatore. E si sente. Nel modo più bello. Quello di persone che si affiancano alla vita di altri senza la pretesa di cambiare o salvare, ma solo di accompagnare. Mostrando, quando è necessario, che ci sono sempre più possibilità di scelta.

Ma la storia è molto altro. Parla anche di fumetti, di guerra e dopo guerra, di leggi razziali, di solitudini, di difficili rapporti familiari, di amicizie riconosciute e non riconosciute, di persone che nonostante tutto si sono perse già da tempo e la loro morte è solo un appuntamento già segnato sul calendario.

Immagino ci siano diversi modi di affrontare questa storia. Se sei nato a metà degli anni ’70 del secolo scorso alcune cose ti vibrano dentro e le riconosci; così a volte sorridi – a volte in modo divertito a volte un sorriso amaro – e annuisci silenzioso voltando pagina.  Se sei un genitore che ha figli più o meno dell’età di Zeno credo che ogni tanto chiudi il libro lasciando il dito dentro per non perdere il segno e stai a pensarci su. Se hai fatto l’educatore la senti la forza di questo ragazzo e vai avanti a leggere per arrivare al momento in cui lo potrai lasciare andare.

Se sei un ragazzo dell’età di Zeno alcune cose non le hai ancora “sentite” e le sentiresti qui. E potrebbe essere un po’ incomprensibile al momento ma poi, dato che la storia è bella,  la ragazza, Luna, sembra interessante e Isacco, l’amico, scemo quanto basta, qualcosa te la porterai con te, fino al momento giusto; poi quando arriverà qualcosa di questa storia potrebbe anche servirti. Senza troppe cerimonie, ma questo Zeno, due dritte, per tempo te le può dare.

Al netto di tutto, rileggendo i passi che ho sottolineato tra le pagine del libro, ripensando un po’ a quel lavoro particolare che è fare l’educatore e ripensando un po’ alla mia di adolescenza, credo che il tema vero, il messaggio che ne esce, l’ancora lanciata da Geda sia sempre quel termine ormai entrato nel linguaggio comune del mondo che è la capacità di Resilienza.

Fabio Geda ha rilasciato una bellissima intervista per la Rivista Liber (pp. 64 – 68; nr. 114 ); è così che l’ho conosciuto. Ne ha scritti altri di racconti e li affronterò quando sarà il momento giusto. Il suo lavoro è stato anche premiato al Premio Ceppo Ragazzi 2017 .

 

 

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